Scarp Dicembre-Gennaio
Rifugiati? A casa nostra

Le nuove modalità di prima accoglienza dei profughi sulle coste italiane: con i nuovi hotspot all’arrivo di un barcone una task force europea deve identificare e registrare chi sbarca, distinguendo tra chi può avere lo status di rifugiato e chi deve essere rimpatriato in base al Paese d’origine. In barba alla convenzione di Ginevra. Intanto, però, si moltiplicano le buone pratiche di accoglienza su tutto il territorio nazionale. Non profughi ma esseri umani. Da integrare.

di Alberto Rizzardi

Nel ricco vocabolario della migrazione da qualche tempo è entrato un nuovo termine: hotspot, ovvero “punto caldo”. Nei mesi scorsi l’Europa, nel pieno dell’ennesima ondata migratoria, ha cercato di recuperare il corposo ritardo (e un colpevole lassismo) introducendo il sistema delle quote, cioè il trasferimento e la redistribuzione dei migranti che arrivano in Europa nei vari Paesi membri. Punto centrale di questa nuova strategia, su cui molti Paesi stanno già facendo in parte marcia indietro, è la prima accoglienza dei migranti nei luoghi in cui si registra il maggior numero di arrivi via mare, Italia e Grecia. Obiettivo: identificare e registrare i migranti, distinguendo tra richiedenti asilo e irregolari, per permettere ai primi di entrare nel programma di relocation. In buona sostanza, strutture già esistenti, come quella di Lampedusa, vengono ampliate per diventare hotspot (sei quelli teoricamente previsti in Italia), dove apposite task forceformate dalla Polizia italiana e funzionari delle agenzie europee Europol, Eurojust, Frontex ed Easo devono procedere, entro 48/72 ore dallo sbarco, a operazioni di screening sanitario, preidentificazione, accertamento di vulnerabilità e fotosegnalazione. «Di hotspotsi parlava già qualche anno fa – precisa Valerio Landri, direttore della Caritas di Agrigento – come tentativo di suddividere tra tutti i Paesi europei le responsabilità dell’accoglienza che il regolamento di Dublino attribuiva solo ai luoghi di frontiera». Insomma, sulla carta una buona idea, ma poi in concreto le cose sono ben diverse e i nodi sono già venuti al pettine.

Una nuova procedura

La nuova procedura, ufficialmente attiva da settembre, è entrata in vigore a singhiozzo e in Italia si naviga ancora a vista: appena due al momento gli hotspot più o meno operativi (Lampedusa e Porto Empedocle); gli altri (Pozzallo, Trapani, Taranto e Augusta) dovrebbero aprire nei prossimi mesi. Quando non si sa. All’arrivo di un barcone con centinaia di migranti, la taskforce europea deve identificare e registrare chi sbarca, distinguendo tra chi può avere lo status di rifugiato e chi deve essere rimpatriato. La procedura prevede che chi ha diritto a restare perché proveniente da un Paese che l’Europa riconosce come non sicuro, stia nei cosiddetti “hotspotchiusi”, come a Lampedusa, per poi essere trasferito in “hotspot aperti” nel nord Italia (che oggi non esistono ancora) e infine essere ricollocato in Europa. «Chi, invece, non proviene da un “Paese terzo non sicuro” – continua Landri – dovrebbe essere inserito nei Cie ma, poiché i centri sono già pieni, viene dato un foglio di respingimento alla frontiera di Fiumicino che lo invita a ritornarsene in patria». Stop: niente informazioni aggiuntive, niente mezzi, nessun sostegno. E, soprattutto, le valutazioni, frettolose e sommarie, paiono basarsi solo sull’area di provenienza dei migranti, senza tener conto delle storie individuali alle spalle, in barba alle convenzioni, su tutte quella di Ginevra «che – ricorda Landri – riconosce un istituto ben preciso: il diritto di protezione per persone che dimostrano di avere una storia di persecuzione personale nel Paese d’origine». Non manca qualche tranello fetente, emerso dalle prime testimonianze. Ad alcuni migranti pare sia stato chiesto se venissero in Italia per trovare lavoro o per chiedere asilo: facile intuire cos’abbiano scelto, non sapendo molti neanche cosa sia l’asilo politico. Ma, così facendo, si sono auto preclusi la possibilità di richiedere protezione. Non è detto, poi, che i migranti capiscano il contenuto del provvedimento emesso nei loro confronti. Cosa prevede la direttiva? Che, in mancanza di interpreti e mediatori, il provvedimento venga raccontato all’interessato in inglese. Che l’interessato parli o meno inglese poco importa. Proprio su queste contraddizioni si basano i ricorsi che in queste settimane vengono portati avanti, comunque una piccolissima parte rispetto al numero di arrivi.

Respingimenti anomali

«Assistiamo ad anomali respingimenti differiti di massa – spiega Chiara Peri del Centro Astalli – che riguardano nazionalità che fino a un paio di mesi fa erano quelle dei richiedenti asilo (Nigeria, Mali, Gambia, Costa d’Avorio). È una fase di assoluta confusione nell’applicazione della procedura e l’approccio hotspot in Italia non ha ancora una sua declinazione legale. La preoccupazione è massima: tante persone, potenziali richiedenti asilo, vengono lasciate sole sul territorio in modo troppo tempestivo e con procedure poco trasparenti». Il rischio concreto è che centinaia di migranti vengano buttati sul territorio nazionale, uscendo dal monitoraggio e dall’accoglienza fin qui garantita prettamente dal privato sociale, messo ancora una volta a dura prova. Una fase opaca ed enigmatica che rischia di creare una pericolosa distorsione nelle procedure d’accoglienza che l’Italia aveva faticosamente maturato negli anni.