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Povertà: non è un paese per giovani

Povertà In Italia i figli stanno peggio dei genitori, i nipoti peggio dei nonni e i giovani diventano autonomi in età sempre più avanzata. Questa la fotografia scattata da Futuro anteriore. Rapporto su povertà giovanili ed esclusione sociale in Italia, presenta da Caritas Italiana per la giornata Mondiale della povertà. In Italia un giovane su 10 (prima della crisi era uno su 50) vive in uno stato di povertà assoluta. Ragazzi che non guadagnano abbastanza per lasciare la casa dei loro genitori o che, se hanno casa propria e figli, presentano ancora più necessità. Viaggio di Scarp tra chi sogna di andar via e chi invece è costretto a rimanere.

di Francesco Chiavarini

Che l’Italia non fosse un paese per giovani lo si era intuito da tempo. Ora arriva a certificarlo anche il Rapporto povertà 2017 di Caritas Italiana: una delle poche indagini basate non su numeri, ma su persone in carne e ossa incontrate nei centri di ascolto diffusi nelle parrocchie sparse nelle 180 diocesi italiane. La ricerca Futuro anteriore. Rapporto su povertà giovanili ed esclusione sociale in Italia, presentata in occasione del 19 novembre, prima Giornata mondiale dei poveri, indetta da Papa Francesco, rappresenta un Paese bloccato, in cui i figli stanno peggio dei genitori; i nipoti peggio dei nonni e i giovani diventano autonomi in età sempre più avanzata. Una radiografia spietata del nostro Paese, che mostra quello che spesso si cela dentro quel totem che ancora resiste in certe rappresentazioni olografiche del Bel Paese: la famiglia, un’indiscutibile ricchezza, ma sempre più inquinata da rapporti e relazioni tenuti insieme da necessità e convenienze piuttosto che da libertà e affetti e dentro le quali sempre di più si consuma un silente scontro generazionale. Un ammortizzatore sociale stressato dall’assenza di politiche pubbliche e che oggi risulta spompato, sempre più incapace di assolvere quel ruolo di supplenza che impropriamente gli è stato attribuito. I dati raccolti da Caritas Italiana, mescolando indagini statistiche e osservazioni sul campo, dicono che nel nostro Paese un giovane su 10 vive in uno stato di povertà assoluta. Una situazione grave precipitata negli ultimi 10 anni. Nel 2007, chi si trovava in questa situazione, nella stessa fascia di età, era appena uno su 50. Ma in questo ultimo decennio se l’incidenza della povertà tra i giovani (tra i 18 i 34 anni) è passata dall’1,9% al 10,4%, è diminuita tra gli over 65 (dal 4,8% al 3,9%).


Giovani e poveri

Detto diversamente, nella stessa famiglia il figlio trentenne non ha trovato lavoro ed è rimasto a casa con mamma e papà che nel frattempo hanno raggiunto la pensione. Per i giovani che hanno scelto di farsi una famiglia propria è andata ancora peggio. Chi ha superato la soglia di due figli per nucleo familiare è precipitato automaticamente sotto il livello di sussistenza. La ricerca dice che all’interno delle famiglie nelle quali sono presenti tre o più figli minori, l’incidenza della povertà assoluta sale al 26,8%, coinvolgendo quasi 138 mila nuclei e oltre 814 mila individui. Il risultato è che non solo crescono gli under 40 poveri ma aumentano anche i minori in stato di indigenza, che sono i figli dei primi. Secondo Caritas Italiana sono 1 milione 292 mila i minori che versano in uno stato di povertà assoluta (il 12,5% del totale). «Le zone d’ombra evidenziate dal Rapporto non sono legate alla sola dimensione economica – avverte Walter Nanni, responsabile del Centro Studi di Caritas Italiana –: per molti giovani, il problema non è tanto, o solamente, soddisfare il bisogno alimentare o la disponibilità di un tetto per la notte, perché fortunatamente resiste la rete familiare. Tuttavia proprio la funzione di salvagente svolta da genitori e nonni se, da un lato, è ancora in grado di assicurare un minimo di sopravvivenza dignitosa, dall’altro, non offre grandi margini di speranza e autonomia».


Scontro generazionale

Lo scontro generazionale che si consuma sotto lo stesso tetto risulta evidente alla lettura di alcuni dati. La popolazione over 65 anni si connota come l’unica classe di età nella quale, tra 2005 e 2014, si è registrata una netta riduzione del rischio di povertà (dal 22,7% al 14,2%) a seguito dei trasferimenti sociali; per tutte le altre si è registrato un peggioramento, in modo particolare per la popolazione tra i 18 e i 24 anni. Inoltre, nell’ultimo ventennio, i divari di ricchezza tra giovani e anziani si sono progressivamente ampliati: la ricchezza media delle famiglie con capofamiglia tra 18 e 34 anni è meno della metà di quella registrata nel 1995, mentre dove il capofamiglia ha almeno 65 anni è aumentata di circa il 60%. Infine per le giovani generazioni si è registrato – a partire dagli anni Novanta – uno svantaggio sia in termini di stipendi di ingresso che di carriere lavorative, se confrontate con quelli dei giovani degli anni Settanta. Non stupisce che in questo quadro l’Italia sia il Paese dell’Ue con la più alta presenza di Neet, giovani che non lavorano nè studiano: sono ben 3 milioni 278 mila (il 26% della popolazione tra 15 e 34 anni). Senza lavoro, con poche prospettive per il futuro, condannati a rimanere in famiglia, i giovani cercano di evadere dalla realtà. Non è un caso che torni ad alzarsi il consumo di droghe e alcol. In Italia, il 19,4% dei giovani (11-17 anni, tra i maschi il 21,5%) assume un comportamento di consumo di alcol a rischio (Istat, 2015). Il 34% degli studenti italiani tra 15 e 19 anni ha utilizzato almeno una sostanza psicoattiva illegale (maschi 39%, femmine 28%). In primis cannabis, ma anche cocaina, stimolanti e allucinogeni, persino eroina che ritorna dopo un periodo in cui ci si era illusi di averla debellata.


La famiglia non aiuta più

La famiglia non aiuta più «Possiamo dire – osserva Nanni – che le dimensioni della povertà giovanile sono di varia natura: c’è il divario intergenerazionale, in termini socio-economici, che penalizza i giovani, a favore delle classi di età più anziane, meglio retribuite e con maggiori livelli di protezione sociale; ci sono la povertà culturale e i fenomeni di dispersione scolastica; c’è la disoccupazione legata alla questione dei Neet; c’è la condizione di vita delle nuove generazioni di stranieri, in particolare rifugiati e richiedenti asilo; ci sono nuove e vecchie forme di dipendenza; c’è il difficile accesso dei giovani alla casa, che ostacola e inibisce sul nascere la “voglia di futuro”». Insomma l’Italia non è un paese per giovani. E la famiglia non è la soluzione.

 
 

 

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