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Pietro, enologo non vedente

Dopo l’incidente il piccolo paese delle Langhe rispose con un affetto incredibile. A Perletto, che conta poco più di duecento anime, in settanta si diedero da fare volontariamente per vendemmiare al posto loro. Lui si era preso cura delle vigne del paese che i vecchi non potevano più curare, e ora loro si prendevano cura del lavoro del ragazzo.

di Marta Zanella

Questa è una storia che insegna soprattutto una cosa: una passione fortissima può far superare anche le difficoltà più grandi della vita, può contagiare chi ha intorno, può portare a raggiungere risultati anche dove sembrava impossibile arrivare. Questa è la storia di Pietro Monti, 33 anni, enologo e proprietario di una cantina pluripremiata nelle Langhe. Ma partiamo dall’inizio. E l’inizio risale a quando aveva dieci anni e i suoi genitori, Renato e Gianfranca, avevano deciso di acquistare una casa in campagna a Perletto, un piccolissimo paese in provincia di Cuneo. «Mio papà cercava una casa con una piccola vigna intorno, perché i miei nonni, sul lago di Como, avevano sempre prodotto un po’ di vino e lui ci teneva a mantenere questa piccola tradizione di famiglia», spiega Pietro. Le vigne, allora, erano seguite da un operaio e l’uva che producevano veniva venduta alla cantina locale. Ma quello che doveva essere solo un passatempo estivo suscitò in fretta l’entusiasmo di Pietro, che passava molto del suo tempo imparando a lavorare in vigna, a usare il trattore e a pigiare l’uva. Decise che avrebbe voluto studiare quel mondo. Si iscrisse alla scuola di agraria per i suoi studi superiori e poi, all’università, al corso di laurea in viticoltura e enologia. Intanto passava tutto il tempo libero a imparare il mestiere sul campo. A vent’anni, oltre agli studi, lavorava come direttore tecnico in una cantina vicina alla sua e durante la settimana viveva in quella che in origine avrebbe dovuto essere solo la casa delle vacanze. Dalla famiglia, che invece viveva in provincia di Como, tornava solo nel weekend. Il grande passo avvenne nel 2006, quando Pietro, sostenuto dai genitori, decise di avviare la sua azienda agricola – che si chiama Roccasanta – acquistando anche una vecchia cantina del paese, ristrutturandola e ammodernandola con le nuove tecnologie necessarie, e iniziando a fare il suo vino. Ampliarono anche la vigna rilevando i filari di alcuni anziani del paese che si volevano ritirare dall’attività. Dalla prima vendemmia uscirono 6 mila bottiglie.


Un inizio complicato

«Anche se mio papà mi ha sempre lasciato campo libero nelle decisioni non è stato semplice all’inizio – racconta Pietro –: avevo ventun anni, l’università e gli studi da portare avanti e l’azienda da gestire. Intanto cercavo di fare esperienza lavorando anche nella cantina vicina. Vivevo qui solo tutta la settimana e tornavo a casa solo nel weekend per stare un po’ con la famiglia e gli amici». È stato proprio uno di quei fine settimana che gli ha drammaticamente stravolto la vita: «Eravamo in compagnia e stavamo andando a ballare quando l’amico che guidava ha perso il controllo dell’auto e siamo andati a sbattere. Loro sono scesi illesi, io invece finii con la faccia contro un palo. Mi portarono via d’urgenza. Dieci giorni in rianimazione, un’operazione di quattordici ore e altri due mesi in ospedale per la prima riabilitazione», ricorda. La fisioterapia è stata lunga, diversi gli interventi per rimettere a posto tutti i pezzi. Ma non proprio tutti sono andati a posto: «dicevano che non avrei più recuperato né la vista né l’olfatto». Per la vista non c’è nulla da fare. «Ma un giorno dissi: c’è un’arancia in camera, e tutto il personale del reparto accorse perché sì, c’era davvero un’arancia vicino a me, ma consideravano un miracolo il fatto che io potessi sentirne il profumo». E per fortuna, perché il naso, nel suo mestiere, è fondamentale. «Di sicuro non avrei più potuto continuare a fare il vino, senza sentirlo» – ci dice ora. Di sicuro c’era anche che in quell’anno nessuno della famiglia Monti avrebbe potuto dedicare neanche un minuto alla vendemmia, e così decisero di assumere delle persone per fare la raccolta al posto loro e vendere l’uva. A quel che sarebbe accaduto poi dell’azienda agricola, ci avrebbero pensato quando Pietro si sarebbe ripreso un po’. E invece il piccolo paese delle Langhe che aveva adottato il giovane vignaiolo rispose con un affetto incredibile. A Perletto, che conta poco più di duecento anime, in settanta si diedero da fare volontariamente per sotituirli durante la vendemmia. «Dissero ai miei genitori: voi pensate al Pietro, che alla vigna ci pensiamo noi».


La solidarietà di Perletto

Lui si era preso cura delle vigne del paese che i vecchi non potevano più curare e ora loro, gratuitamente, si prendevano cura del lavoro del ragazzo che aveva scelto la loro terra. La ripresa è stata lunga, e spesso Pietro si è chiesto il più classico dei “ma chi me lo fa fare?”. La passione, si è detto. «È vero, molti si sarebbero arresi, avrebbero fatto altro. Perché non ho lasciato perdere? Primo, mi piace troppo il mio lavoro. Secondo, il supporto della mia famiglia è stato fondamentale. E poi perché la cantina era mia e abbandonarla mi sarebbe dispiaciuto troppo. E poi io sono uno che non molla facilmente». E i risultati sono arrivati, e continuano ad arrivare. Negli ultimi anni Pietro ha incassato riconoscimenti importanti per i suoi vini. «Abbiamo la cantina da dodici anni e da undici abbiamo, ogni anno, quattro o cinque vini segnalati sulla guida Veronelli (la Bibbia dei vini italiani, ndr). I nostri vini sono rispettosi del territorio. Sono espressione di quella particolare terra e della particolare annata. In cantina il nostro lavoro è quello di aiutare il vino a esprimere al meglio il proprio potenziale. Un vino non si costruisce: lo si aiuta con quello che la natura ci dà». Rispetto alle 6 mila bottiglie del primo anno, oggi Pietro ne produce quasi 30 mila. Non è facile il lavoro quotidiano però, assicura. La competizione è alta e lui non può arrivare dappertutto. «Non sono di quelli che dicono che un cieco può far tutto. Quello che si può fare in sicurezza lo faccio». La sua storia la racconta, quando presenta i suoi vini. Ma non per impietosire. «Non voglio che la gente compri il mio vino perché sono cieco. Ma voglio che pensino “guarda, lui riesce a fare questo vino nonostante sia cieco”».

 
 

 

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