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La politica dello struzzo: profughi sospesi

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La politica dello struzzo
lascia i profughi sospesi

Oltre 900 in fuga dalla Siria transitati per Milano e aiutati dal comune. Puntano verso nord. Ma dai governi niente risposte

di Francesco Chiavarini

I siriani a Milano, a quasi due mesi dal loro arrivo alla Stazione Centrale, restano un’emergenza senza sbocchi. A metà ottobre, il comune è riuscito a evitare che 200 uomini, donne e lattanti passassero le notti sui gradoni di marmo dello scalo ferroviario, grazie alla collaborazione delle associazioni di volontariato, degli enti non profit e alle risorse pubbliche stanziate da Roma. Per tutto l’autunno, l’amministrazione comunale ha dato ospitalità ad altre decine di profughi che, dopo il primo arrivo in massa, hanno raggiunto il capoluogo lombardo. Ma la buona volontà della giunta e la generosità dei milanesi non hanno risolto il problema.
Gli appelli del sindaco Giuliano Pisapia al governo, affinché fossero riconosciuti i permessi di soggiorno temporanei ai cittadini siriani, sono caduti nel vuoto. I documenti che avrebbero consentito ai profughi di proseguire legalmente il loro viaggio in Europa e chiedere asilo politico e protezione ai paesi del nord non sono mai stati autorizzati dalla prefetture. Almeno per ora, di corridoi umanitari non si è vista traccia: tra i membri della Ue non si è trovata l’intesa per rivedere la Convezione firmata nel 1990 a Dublino, che disciplina l’accoglienza dei profughi nei paesi dell’Unione e stabilisce la regola secondo la quale il richiedente asilo va accolto nel primo stato di approdo.

Una sconfitta per l’Italia
La partita si è giocata lontano da Milano e su ben altra scala. E si è conclusa, almeno per il momento, con una sconfitta per l’Italia. Ha pesato, da un lato, la debolezza politica dei paesi del Mediterraneo: screditati da anni di politiche di accoglienza inconsistenti, non sono riusciti a imporre alla Ue di rivedere intese che li penalizzano, dal momento che, per la loro posizione geografica, sono i più esposti ai flussi migratori.
D’altro canto, con l’avvicinarsi dell’inverno, passata la stagione degli sbarchi a causa delle condizioni del mare, è venuta meno anche la pressione dell’opinione pubblica che pure, sconvolta dall’ultimo e forse più tragico naufragio nel Mediterraneo, a inizio ottobre, sembrava essere sul punto di determinare un svolta nelle politiche europee. «In tema di richiesta di asilo e di possibilità per i cittadini in fuga dalle guerre nei propri paesi di spostarsi su tutto il territorio europeo, siamo ancora lontani dall’avere una risposta risolutrice, che permetta a queste persone, molte delle quali ospitate nei centri di Milano, di proseguire il viaggio verso gli stati del nord Europa – ammette l’assessore alla politiche sociali, Pierfrancesco Majorino –. Dopo i giorni della commozione pubblica a Lampedusa, mi aspettavo molto di più». In effetti il risultato è stato un pasticcio tutto italiano. Con gli enti locali – e Milano è solo l’esempio più eclatante – costretti a trovare un tetto a famiglie in strada e un governo centrale che offre aiuti economici per approntare piani di emergenza, ma fa finta che quelle persone non esistono, nella speranza che, ignorandole, si tolgano di mezzo e vadano a cercare aiuto altrove. Una strategia dello struzzo, che mina la credibilità delle istituzioni e indebolisce ancora di più la capacità del paese di richiamare gli altri stati europei alle proprie responsabilità.

Taxi business
E così, mentre la politica latitava, i profughi siriani sono continuati ad arrivare a Milano. Secondo i dati ufficiali, sono transitate 900 persone nei centri di accoglienza (250 posti in totale) aperti il 19 ottobre dal comune, grazie a una convenzione con la prefettura. Nelle ultime settimane il turnover continua a essere molto rapido, anche se l’affluenza si è ridotta.
La gente arriva, spostandosi dai centri di accoglienza del sud Italia, rimane qualche giorno e se ne va. Magari accettando i passaggi oltre confine offerti a caro prezzo da tassisti improvvisati. Costerebbe 700 euro un passaggio per Monaco, 850 uno per Berlino, secondo il tariffario definito già nelle prime settimane dall’emergenza da gente senza scrupoli, che ha fiutato il business, facendo leva sulla disperazione dei nuovi arrivati. D’altra parte chi ha già messo a repentaglio la propria vita, affrontando un viaggio in mare pericoloso, non si ferma certo davanti al rischio di essere intercettato da zelanti guardie di frontiera a Chiasso o a Ponte Tresa. E anche i soldi, a ben vedere, non sono un problema, se si è deciso di vendere tutto e non si hanno alternative.

La decisione di Safwan
È il caso di Safwan, 38 anni, che in Siria aveva un negozio di frutta e verdura, una casa, una normale vita da commerciante, fino a quando ad Hama, la sua città, la conta quotidiana dei morti è divenuta insopportabile. «Quando ti trovi in queste condizioni, pensi che è meglio rischiare una volta, che tentare la fortuna tutti i giorni». Così il 10 ottobre Safwan e la famiglia sono su una nave che inizia una strana crociera lungo la costa nordafricana, facendo scalo nei porti tra Libia e Tunisia. Ad ogni attracco, imbarca altri disperati. Alla fine saranno in 300. «Eravamo tanti che non c’era spazio nemmeno per sedersi a terra», racconta l’uomo. Gli uni addossati agli altri, con bambini che strillano e vomitano, dopo tre giorni e tre notti di navigazione sono intercettati a largo di Lampedusa da una motovedetta della guardia costiera italiana, che li conduce in porto. Scafista ed equipaggio si dileguano tra la folla che scende sul molo. Le famiglie di profughi restano per qualche giorno nel centro di accoglienza dell’isola, poi vengono imbarcate su un aereo e portate al Cara di Gradisca d’Isonzo. Da qui, ognuno prosegue per proprio conto. Safwan, con la famiglia, raggiunge Milano. Dove però non si vuole fermare. Cerca lavoro, casa, scuola per i suoi figli. «But in Italy is difficult», sostiene. È pronto a cogliere la prima occasione buona per andarsene, anche se sa che potrebbe non raggiungere mai la Svezia, dove il fratello, partito prima di lui, ha già fatto richiesta d’asilo.
Il comune di Milano, non potendo aiutare lui e altre decine di ospiti “loro malgrado” a proseguire il viaggio, ora è costretto anche a riorganizzare i suoi centri di accoglienza. Quello di via Novara (90 posti), gestito dalla cooperativa Farsi Prossimo, dal 16 novembre ospita alcune famiglie rom. I siriani che ci vivevano sono stati trasferirti nel centro di via Aldini (140 posti). Ma in previsione delle prime notti di gelo invernale, il comune è costretto a cercare nuovi spazi per i senzatetto. Per questa ragione, qualche settimana fa sono partiti i lavori di ristrutturazione dell’ex scuola elementare di via Fratelli Zoia. Nelle aule troveranno posto le famiglie dei profughi siriani. In attesa che un’emergenza più urgente scalzi la vecchia…