Scarp Dicembre-Gennaio
La parrocchia diventa centro per l’impiego.

Gli ex disoccupati che vengono inseriti in azienda ricevono per tutto il periodo una borsa lavoro i cui costi sono sostenuti dal Fondo. Le imprese sono sollevate da ogni onere, ma si impegnano, in base ad un accordo non scritto, a stabilizzare il lavoratore, se le condizioni di mercato lo consentono.

di Francesco Chiavarini

«Quando mi hanno consigliato di chiedere aiuto in parrocchia, ho pensato che non fosse una buona idea: ero convinta che avrei perso solo tempo. Invece dopo aver fatto il colloquio in un centro di ascolto, qualche mese dopo, sono stata messa in contatto con una società di assicurazioni, la Sogesa srl, che mi ha proposto un tirocinio nella sua sede di Miano». A raccontarlo è Patrizia, 42 anni, una laurea in giurisprudenza, costretta l’anno scorso a cercare un nuovo impiego a causa della crisi. Lo stesso è accaduto a Pietro, 52 anni, di professione sommelier, vittima di una pesante ristrutturazione aziendale, da tre mesi in servizio al lounge bar Ferrari all’aeroporto di Linate, uno dei punti vendita gestiti dalla catena My Chef. «Ho mandato centinaia di curricola, telefonato a centinaia di colleghi e ho sempre ricevuto le solite imbarazzate riposte di circostanza “le faremo sapere, grazie”. Poi invece mia madre mi ha convinto a bussare alla porta della Caritas. E devo dire, che inaspettatamente, grazie a loro, ho avuto la possibilità di ritornare a lavorare nel mio mondo». Isham, nato in Marocco, da 20 anni in Brianza, oggi lavora invece alla Lyma International di Orsenigo in provincia di Como, impresa familiare che produce tessuti stampati. Entrato in azienda come tirocinante per occuparsi del magazzino, dopo l’estate è stato assunto a tempo indeterminato. «Ho avuto la possibilità di conoscere Isham, di metterlo alla prova, senza sopportare costi e sprecare tempo. Terminato questo periodo, ho capito che il candidato che mi avevano proposto era la persona giusta per quella posizione e l’ho preso con me», assicura l’amministratore delegato Maurizio Cappelletti.


Fondo Diamo Lavoro

Patrizia, Pietro, Isham sono i primi beneficiari del Fondo Diamo Lavoro. Mentre la riforma dei centri per l’impiego, necessaria per distribuire il tanto agognato reddito di cittadinanza, è ancora di là da venire; con concretezza ambrosiana, la Chiesa di Milano ha provato a fare la sua parte, utilizzando gli strumenti che aveva a disposizione: la formidabile rete delle parrocchie, la generosità dei fedeli e di alcune istituzioni di beneficenza, le buone relazioni con le principali organizzazioni imprenditoriali e le principali agenzie per il lavoro. I risultati, in poco più di un anno effettivo di attività, sono stati 138 tirocini attivati, di cui 33 già convertiti in assunzioni, 11 assunzioni dirette bypassando la fase di tirocinio, 2 milioni di euro raccolti. La nuova misura nasce dall’esperienza del Fondo Famiglia e Lavoro voluto all’inizio della crisi nel 2008, dall’allora Arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi. Dopo una prima e seconda fase, principalmente ridistributiva, nel 2016 per volere del successore di Tettamanzi, il cardinale Scola, il nuovo Fondo diventa uno strumento di politica attiva del lavoro. Le offerte raccolte da fedeli, da grandi e medie fondazioni filantropiche alcune, come la Fondazione Cariplo, di origine bancaria, anziché essere assegnate direttamente ai beneficiari sotto forma di piccole somme, vengono utilizzate per finanziare tirocini lavorativi all’interno delle imprese che aderiscono, direttamente o attraverso le loro associazioni di categoria. In questo modo gli ex disoccupati che vengono inseriti in azienda, ricevono per tutto il periodo una borsa lavoro, i cui costi sono sostenuti dal Fondo. Le imprese sono sollevate da ogni onere, ma si impegnano, in base ad un accordo non scritto, a stabilizzare il lavoratore, se le condizioni di mercato lo consentono. «Si tratta di una scommessa a tre: quella del lavoratore, quella del datore di lavoro e la nostra. Per tutti e tre c’è un margine di rischio, ma finora siamo stati ripagati», sottolinea Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana. Secondo Marco Garzonio, presidente della Fondazione Ambrosianaeum, uno degli osservatori più accreditati sulla città «il governo nazionale dovrebbe guardare a questa esperienza milanese» sposandone i punti di forza che per lo scrittore e saggista sono: «visione lungimirante non solo emergenziale, messa alla prova delle persone, non annunci, vaglio degli strumenti esistenti con l’intento di migliorarli senza volervi apporre il copyright».


I fondi di solidarietà

Non pare che il messaggio sia stato raccolto a Palazzo Chigi che non ha ancora chiarito quanto larga sarà la coperta del reddito di cittadinanza, come e in quali tempi sarà dispiegato. Nel frattempo, però, si sono moltiplicate in molte altre diocesi esperienze analoghe a quella milanese. Negli anni della crisi la Chiesa italiana da Nord a Sud dello Stivale ha costituito fondi di solidarietà. Molti dei quali si sono nel tempo convertiti in strumenti sempre meno assistenziali. È il caso di Perugia, dove si è appena concluso il primo anno del progetto Sosteniamo lavoro, promosso dall’Arcidiocesi, la Caritas diocesana, l’agenzia di lavoro Gi Group Spa, nato proprio da uno di quei Fondi. Come a Milano, anche nel capoluogo umbro le offerte dei fedeli sono servite a coprire i costi delle borse. E anche in questo caso gli esiti sono stati molto positivi: 190 mila euro raccolti, 27 tirocini attivati, 16 assunzioni in 25 aziende di tutti i settori: dall’agroalimentare all’informatica. Visto il successo, il programma di aiuti è stato rifinanziato per altre tre annualità, con un investimento di 570 mila euro. Le nuove risorse metteranno a disposizione un ventaglio maggiore di soluzioni, comprendendo anche la formazione retribuita e il microcredito per l’avvio di piccole attività. «Nessuno vuole sostituirsi alle istituzioni – assicura il portavoce del progetto Riccardo Liguori –. Però, in attesa di risposte, la Chiesa si è sentita in dovere di dare un segnale».

 
 

 

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