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Fast fashion: la moda che inquina

La smania per gli acquisti di abiti e accessori è figlia di un modello di produzione chiamato fast fashion. L’espressione indica l’insieme di pratiche adottate dai marchi globali di abbigliamento per riuscire a vendere capi economici sempre più velocemente.

di Francesco Chiavarini

Il settore moda lo scorso anno ha sfiorato un nuovo record, incrementando le già enormi vendite di un ulteriore 4-5%. A trascinare il mercato è stato uno stile di consumo sempre più bulimico e compulsivo indotto dall’espansione degli acquisti on line e dal potere di condizionamento degli influencer, attivissimi sui social network. “Il consumatore medio oggi acquista il 60% in più dei capi rispetto a 15 anni fa e li conserva solo per la metà del tempo” si legge in The state of Fashion 2019realizzata dalla società di consulenza BoF-McKinsey ascoltando i principali player. Il sondaggio cita anche ricerche realizzate in Gran Bretagna, secondo cui una ragazza inglese su tre considera vecchi i vestiti dopo averli indossati una o due volte; mentre una su sette pensa sia un passo falso farsi fotografare con lo stesso outfit per due volte di seguito. Ma la passione per lo shopping quanto è compatibile con l’equilibrio dell’ambiente?


Quanto inquina il tessile

Quanto inquina il tessile Secondo la rivista Nature il tessile è una delle industrie più inquinanti, essendo responsabile di 1,2 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno, una quantità di emissioni superiore a quelle prodotte dai voli internazionali e dalla navigazione marittima sommate tra loro. Uno studio della World Bank è ancora più drastico e prevede che entro il 2050 le emissioni di anidride carbonica supereranno i 3 miliardi di tonnellate se l’80% dei Paesi emergenti adotterà gli standard di consumo dei Paesi ricchi. Grazie a campagne di sensibilizzazione in questi anni, siamo stati abituati a domandaci da chi sono stati fatti la t-shirt, il paio di jeans e le scarpe che acquistiamo. Se i lavoratori sono stati equamente retribuiti. Se le aziende per confezionarli hanno impiegato bambini che avrebbero fatto meglio ad andare a scuola. Domande giuste e doverose. Ci dovremmo anche chiedere però quali effetti produce sull’ambiente il nostro desiderio di rinnovare tanto frequentemente il guardaroba. La nostra smania per gli acquisti di abiti e accessori è figlia di un modello di produzione che in ambito accademico è chiamato fast fashion. L’espressione indica quell’insieme di pratiche adottate dai marchi di abbigliamento per vendere capi economici e desiderabili sempre più velocemente. Tanti, sempre nuovi, a poco prezzo, distribuiti ovunque. Se una volta le aziende realizzavano due collezioni all’anno “Primavera-Estate” e “Autunno-Inverno” oggi, secondo uno studio McKinsey, un colosso come Zara è in grado di sfornarne in media 24, H&Mtra le 12 e le 16. Si calcola che su un pianeta abitato da 7,6 miliardi di persone, vengono immessi annualmente sul mercato oltre 150 miliardi di capi. E la tendenza è in continua crescita. Una montagna enorme e ingombrante. Perché il problema non è solo la quantità ma anche la qualità. Per ridurre i prezzi e conquistare nuove fasce di mercato le aziende della moda si sono orientate sempre di più verso l’impiego massiccio di fibre sintetiche. Oggi il tessuto più utilizzato nell’abbigliamento non è il cotone, ma il poliestere. In questo modo si sono abbassati i costi per il consumatore, ma non per l’ambiente. Non solo perché secondo uno studio del 2015 (Sustainable Apparel Materials) la produzione di una singola t-shirt di poliestere emette 5,5 kg di CO2 contro i 2,1 kg dello stesso capo fatto di filo naturale, ma anche perché ogni volta che laviamo un vestito realizzato con fibre sintetiche liberiamo micro-plastiche. Si è calcolato che le nostre lavatrici, ogni anno, riversano nei mari e negli oceani l’equivalente di 50 miliardi di bottiglie di plastica. Senza poi considerare che riciclare tessuti sintetici multifibra è pressoché impossibile e quindi ogni volta che decidiamo di non indossare più quell’abito, stiamo consegnando a qualcuno un rifiuto che dovrà essere smaltito a costi salati.


Che cosa fare?

La risposta potrebbe venire dallo stesso mercato. Se è vero che i consumatori più bulimici sono i giovani è anche vero che sono proprio le nuove generazioni quelle più attente all’ambiente. Alcuni grandi marchi paiono aver già fiutato l’aria che tira e stanno provando a lanciare segnali in controtendenza. C’è chi punta sulla trasparenza. Altre firme, che pure sono i campioni della moda usa e getta, anche a rischio di contraddirsi, spingono i clienti a riciclare. «Un colosso come H&M, ma anche Marks & Spencer hanno già organizzato dei piani di reso per gli abiti usati, lo stesso ha fatto Primark – spiega Stella Romoli, giornalista ed esperta del settore –. Il programma Renewdi Eileen Fisherprevede la restituzione in negozio di capi non troppo rovinati per rigenerarli o creare nuovi modelli, e Patagonia ha allestito un sistema di Repair e Resale interno all’azienda, con cui ricompra i suoi vecchi capi e li rivende a prezzi scontati».


Tante buone pratiche

In realtà, ben prima dei grandi marchi commerciali e con ben altra autorevolezza si erano mosse sull’economia circolare cooperative sociali, associazioni, enti no profit: tutta quell’ampia galassia di realtà che va sotto il nome di terzo settore. Nella fiera degli stili di vita responsabili, Fa’ la cosa giusta!, che dal 2004 si svolge nella capitale della moda, Milano, ilcritical fashionoccupa sempre uno spazio di riguardo. Anche le Caritas diocesane che tradizionalmente raccolgono nelle parrocchie abiti usati per donarli ai poveri, inondate dalle enormi quantità di vestiti, hanno inventato modi per reimmettere nel circuito della solidarietà il valore che si poteva ricavare dagli scarti tessili. Da dove partire quindi per cambiare le cose? Forse da dove abbiamo iniziato: dal consumatore. Marina Spadafora, stilista italiana e coordinatrice di Fashion Revolution Italia, nel suo nuovo libro che ha appena consegnato all’editore, ha scritto un decalogo per rendere il nostro guardaroba sostenibile. «Ho pensato a dieci regole d’oro – ci anticipa – Comprare vintage, riparare gli abiti come facevano le nostre nonne, scegliere brand responsabili, farsi fare i capi da un sarto, prestarseli tra amici, affittarli, comprare meno e di maggiore qualità, informarsi utilizzando la rete, fare un censimento regolare del proprio armadio, affidare i vestiti che non si mettono più a chi li può riciclare». Forse non basterà indossare l’abito giusto per salvare il mondo. Ma il pianeta che abiteranno le generazioni future dipenderà certamente dai nostri consumi.

 
 

 

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