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Drop House una casa-ponte per le donne

Nel 2018 oltre 400 donne e 140 bambini hanno avuto accesso ai corsi della Drop House, servizio, che registra un passaggio settimanale medio di circa 250 persone. Soggetti sconosciuti ai servizi e, in molti casi, pur essendo sul territorio da tempo non hanno accesso al Reddito di cittadinanza perché prive dei 10 anni di residenza continuativa richiesti.

di Enrico Panero

Il via vai è continuo al cancello dell’ex stabilimento Ceat di via Pacini, nella periferia nord di Torino, riconvertito dalla Città negli anni Novanta in alloggi di edilizia popolare e servizi per il quartiere. La palazzina che un tempo ospitava gli uffici dello stabilimento, fu data in concessione al Gruppo Abele, che da oltre vent’anni la utilizza per servizi di prevenzione, cura e sostegno delle persone in condizioni di marginalità sociale. Tra questi, una prima accoglienza notturna per donne senza dimora alle quali fu messo a disposizione anche un centro diurno, che nel giro di poco tempo venne però aperto alle donne del quartiere. Nacque così nel 2011 la Drop House, uno spazio per l’accoglienza di donne in difficoltà, ospiti del dormitorio e cittadine residenti sul territorio, con attività di vario genere volte a rispondere a bisogni primari e a contribuire al rafforzamento delle abilità e delle competenze individuali. Un servizio a bassa soglia, a cui si può accedere gratuitamente e liberamente senza l’intervento dei servizi sociali, anzi ha lo scopo anche di orientare e accompagnare ai servizi del territorio persone che non vi hanno accesso. Situata nel quartiere Barriera di Milano, luogo ad elevata marginalità sociale e dove circa un quarto degli abitanti è di origini straniere, la Drop Houseè frequentata al 60% da donne migranti di varie nazionalità, soprattutto marocchine, egiziane e nigeriane. Per questo una delle principali attività sono i corsi di italiano a vari livelli, che registrano la partecipazione di oltre un centinaio di donne.


Si parte dall’italiano

«La lingua è il primo veicolo per la comunicazione, così i corsi di italiano servono alle donne per accedere a tutti i servizi del territorio, dall’anagrafe al medico al mercato, inoltre sono tenuti in collaborazione con il Cpia (Centro provinciale per l’istruzione degli adulti) di zona, quindi utili alle donne migranti per ottenere la certificazione necessaria al rinnovo del permesso di soggiorno –spiega Teresa Giani, referente della Drop House–. Ci occupiamo di quella fascia grigia che sta al limite tra una condizione di difficoltà e la caduta in povertà, situazione molto delicata perché senza un sostegno si può facilmente oltrepassare il confine. Sono persone sconosciute ai servizi e, in molti casi, pur essendo sul territorio da molto tempo, non hanno accesso al Reddito di cittadinanza perché prive dei 10 anni di residenza continuativa richiesti». Si tratta di donne che in molti casi hanno figli piccoli, non ancora in età scolastica, così per permettere loro di frequentare corsi e attività la Drop House ha creato un servizio di baby parking. Per i bambini più grandi è stato invece avviato un corso di psicomotricità, a cui partecipano famiglie italiane e straniere che non possono permettersi le rette delle palestre cittadine. Oltre ai corsi di italiano, le donne possono frequentare corsi di cucina, sartoria, informatica, motoria e propedeutici alla guida. Per ogni corso svolto viene consegnato un attestato di frequenza, valido anche per i servizi sociali. Ai corsi si aggiungono varie attività laboratoriali, di riciclo creativo e bigiotteria, cucina interetnica, economia domestica, e spesso i manufatti prodotti sono poi venduti in mercatini o presso le botteghe del Gruppo Abele. «Svolgendo varie attività in contemporanea abbiamo bisogno di molti volontari: in una mattinata teniamo 5 corsi di italiano e un laboratorio, poi al pomeriggio altri corsi. Per garantire il servizio servono almeno 15 volontari ogni mattina e complessivamente abbiamo 40 volontari che turnano, tutti al “servizio” del servizio», racconta Teresa –. L’organizzazione si basa sulla piena collaborazione di tutti i partecipanti, come in una casa. Ed è una casa anche nelle relazioni, perché ci sono difficoltà, confronti e scontri, ma sempre molta solidarietà». La Drop Houseè un luogo che funziona a giudicare dalla coda di persone che si forma il giorno delle iscrizioni ai corsi. Nel 2018 oltre 400 donne e 140 bambini hanno avuto accesso al servizio, che registra un passaggio settimanale medio di circa 250 persone.


Da laboratorio a sartoria

L’ultima iniziativa della Drop House è stata la ricerca di risorse per trasformare il laboratorio di cucito in una sartoria popolare. Grazie al supporto di una fondazione e a una campagna di crowdfunding, nei primi mesi del 2020 sarà avviata questa attività aperta alle donne del quartiere. «Un progetto particolarmente interessante perché in molti casi le donne provengono da Paesi dove questa attività è prettamente maschile, quindi è anche una scommessa – dice la referente del progetto –. Partiremo con una trentina di donne e poi vedremo quanti moduli riusciremo a fare con le 12 macchine a disposizione. Pensiamo sia fondamentale creare la rete sociale in cui ognuno porta il suo contribto. Noi ci proviamo».

 
 

 

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