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Tanti saluti Italia, chi torna e chi emigra

di Francesco Chiavarini

In Lombardia, uno straniero su dieci vuole andarsene. In Italia, solo lo scorso anno, mille sono tornati a casa con i rimpatri assistiti. Oltre 300 mila non hanno trovato da noi quello che cercavano: il lavoro. Italy, goodbye? L’Italia ha smesso di essere l’America per chi proviene dal cosiddetto Sud del mondo? La crisi economica sta respingendo indietro (o spingendo altrove) chi era venuto nel Belpaese in cerca di futuro? Certamente ognuno dei tre fatti citati, preso singolarmente, ha una spiegazione a sé. Ma se è vero che tre indizi fanno una prova, allora forse siamo di fronte a un quadro nuovo, benché gli esperti di flussi migratori continuino a rimanere divisi tra interpretazioni apocalittiche (è iniziato il contro-esodo) minimaliste (è solo una momentanea battuta d’arresto).
Andiamo con ordine. E partiamo appunto dalla Lombardia, la regione dove è concentrato un quinto della popolazione immigrata in Italia. Ebbene proprio qui il numero degli stranieri scende. Secondo l’ultimo Rapporto dell’Orim (l’osservatorio regionale per l’integrazione e la multietnicità), il numero degli stranieri al 1° luglio 2012 era 1 milione 237 mila, 33 mila in meno rispetto al 2011. Non tantissimi per la verità (appena -2,6%). Ma il punto – fanno osservare i ricercatori – è proprio quel segno “meno”. Se, infatti, è vero che già da alcuni anni la popolazione immigrata stava crescendo di meno, non era mai accaduto che addirittura diminuisse.
Siamo, insomma, di fronte a un primo segnale d’inversione di tendenza. A cui, probabilmente, ne seguiranno altri. «Se le condizioni di crisi del mercato del lavoro continueranno ad aggravarsi, il flusso in uscita degli immigrati è destinato ad aumentare», prevede Giancarlo Blangiardo, demografo che ha curato il Rapporto.

Fuga dalla Lombardia

In realtà i ricercatori dell’Orim hanno fatto anche di più. Hanno chiesto agli stranieri dove avrebbero voluto vivere nei prossimi anni. Ebbene le risposte sono state raggelanti, per quei lombardi che pensano ancora di abitare in una delle aree più floride dell’Europa. Un immigrato su dieci, infatti, ha dichiarato che intende andarsene: il 6,4% vorrebbe tornare nel paese d’origine, il 4,9% trasferirsi in un altro stato. Non solo. Se si considerano solo coloro che sono arrivati nel 2012, cioè a crisi già conclamata, la percentuale di chi è pronto a dire addio sale al 40%.
Colpa dell’inospitalità degli autoctoni, che ancora alle ultime regionali hanno ridato fiducia alla Lega Nord, partito anti-immigrati per eccellenza? In realtà, più del “cattivismo padano” pare centri la recessione economica.
Rivela infatti sempre l’Orim che in Lombardia la disoccupazione tra gli immigrati è salita dall’11,7% del 2011 al 14,4% del 2012. I più penalizzati sono gli under 30: oltre la metà ha difficoltà di accesso al mercato del lavoro. La conseguenza è un progressivo impoverimento anche delle famiglie immigrate. Il reddito medio mensile del 2012 è sceso a 1.400 euro, mentre nel 2011 era di 1.500 euro. Altri indicatori fotografano una situazione sempre più pesante. Sono in diminuzione le famiglie straniere che riescono a risparmiare: mette da parte 100 euro mensili il 27,8% (nel 2011 erano il 34,7%). Diminuiscono le rimesse: le famiglie che riescono a mandare nel paese di origine più di 100 euro al mese scendono dal 33% al 28,3%. Infine, solo una famiglia su cinque oggi è proprietaria di una casa (20,1%), due anni fa lo era il 23,2%.

Fuori dal mercato

Se questa è la situazione nella regione più produttiva del paese, non va meglio nel resto d’Italia. A fine marzo la Direzione generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione del ministero del lavoro e delle politiche sociali ha presentato il Rapporto semestrale sul mercato del lavoro degli immigrati, secondo il quale l’ultimo semestre ha visto un rilevante aumento degli immigrati disoccupati: 318 mila stranieri senza lavoro in più.
Come ha spiegato il sottosegretario Maria Cecilia Guerra nel corso della presentazione, l’aumento degli immigrati disoccupati dipende da molti fattori. Da un lato, l’aumento dei richiedenti asilo, che come è noto non possono svolgere attività lavorativa mentre attendono la risposta alla domanda di protezione. E così i 60 mila arrivati in Italia dal Nord Africa dopo le primavere arabe avrebbero fatto crescere dell’11% il numero delle persone straniere inattive. D’altro canto, la crescita dei disoccupati stranieri è stata determinata anche dall’aumento dei ricongiungimenti familiari, di cui in genere usufruiscono donne che si occupano della famiglia o giovani che studiano.
Tuttavia, anche tenendo conto di queste ragioni, il rapporto sottolinea che per la prima volta i «disoccupati stranieri aumentano, mentre crescono anche gli occupati». Segno che, nonostante la grande flessibilità mostrata dai lavoratori immigrati, una quota sempre maggiore non riesce a trovare una collocazione nel mercato.
Senza lavoro, gli stranieri ripensano al loro progetto migratorio. I ritorni in patria effettuati con l’assistenza e gli aiuti previsti dal meccanismo del Ritorno volontario assistito sono passati dai 228 effettuati nel 2009 agli oltre mille previsti per l’anno in corso. È vero che dal 2009 il Ritorno volontario assistito è attuato con il co-finanziamento del Fondo europeo rimpatri, il che permette al ministero dell’interno di offrire concrete opportunità di reinserimento nel paese d’origine a chi sceglie di aderire al programma.
È vero anche che, proprio grazie a quei fondi, è stato possibile ampliare la rete delle onlus che organizzano i percorsi di ritorno. E che, proprio grazie a questa rete, è stato possibile raggiungere un numero maggiore di potenziali beneficiari con una più capillare campagna d’informazione. Tuttavia, è difficile immaginare che la crisi economica non abbia nulla a che fare con l’impennata delle richieste di aiuti per il rimpatrio, triplicate proprio negli anni in cui il nostro paese è entrato in recessione. «I migranti che tornano – ammette Carla Olivieri, responsabile della Rete italiana per il rimpatrio assistito (Rirva) – non lo fanno mai a cuor leggero: si tratta sempre di una scelta difficile, caratterizzata da ansia e senso di fallimento».

Lo sguardo altrove

«Sarebbe azzardato stabilire se stiamo assistendo a una frenata, a una stabilizzazione o addirittura a un’inversione di tendenza nei flussi migratori che investono il nostro paese – osserva Olivero Forti di Caritas Italiana –. Certamente, l’Italia non è la Svezia, che ha una tradizione di accoglienza di migranti politici. Non è nemmeno un paese coloniale, che ha mantenuto legami con i territori d’oltremare, come Francia e Inghilterra. Il nostro paese ha sempre accolto esclusivamente migranti economici. Da noi gli stranieri vengono non per le generose politiche di accoglienza, ma per trovare un lavoro. E ora che il lavoro manca, si può ipotizzare che chi voleva venire ha rimandato la partenza in attesa di tempi migliori, e chi è già arrivato sta volgendo lo sguardo altrove».

 

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