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Affido: quando l’amore è più forte di tutto

Non esiste una famiglia che va bene per tutti i bambini. Con i colloqui gli assistenti sociali cercano di capire i punti di forza e le fragilità del contesto in cui vogliono inserire un bambino in affido. Solo in questo modo si può poi arrivare al giusto abbinamento bambino-famiglia, per far combaciare la risorsa famiglia con i bisogni specifici di quel bambino.

di Daniela Palumbo

«Non c’è una famiglia che va bene per tutti i bambini. È questa la regola più importante di un cammino di affido». Elena Monetti è la pedagogista responsabile del servizio Affido dell’associazione Caf di Milano. Il Coordinamento affidi del Comune di Milano ha stipulato delle convenzioni con associazioni del terzo settore che operano sulla città. Le famiglie interessate possono chiedere informazioni rivolgendosi direttamente al Comune, oppure alle associazioni. «Si parte con un corso di formazione di quattro incontri – spiega Elena Monetti – in cui vengono fornite informazioni di base: quadro legislativo, servizi coinvolti, chi sono i bambini che hanno bisogno, chi sono le famiglie, cosa è chiesto alle famiglie affidatarie. Diritti e doveri insomma». Il corso nasce per dare strumenti di consapevolezza alle famiglie che si candidano. «Il bambino – sottolinea la pedagogista –, diversamente dall’adozione, mantiene i rapporti con la famiglia di origine e le decisioni che riguardano il minore non può prenderle solo la famiglia affidataria. C’è un’assistente sociale che ha in carico il bambino e i genitori, è lei la referente principale. Ma può diventare un gioco di squadra». Il percorso di affido non è facile perché sono bambini poco attrezzati a ricevere cure e attenzioni. «Loro vogliono una famiglia in cui vivere, ma ne hanno anche paura. E possono mettere a dura prova la pazienza di chi si prende cura di loro. Però, qualunque età abbiano, ai bambini va detto tutto perché devono dare un senso ai cambiamenti che gli accadono. Secondo l’età ci sono modi diversi di informarli». Finita la formazione ci sono i colloqui con l’assistente sociale e lo psicologo. «Utilissimi per conoscere la famiglia – racconta Monetti – e le motivazioni dell’affido. Con i colloqui capiamo i punti di forza e le fragilità. Noi dobbiamo valorizzare i primi al momento di fare l’abbinamento, per far combaciare la risorsa famiglia con i bisogni del bambino».


Un affido part-time

Alessandro aveva 8 anni quando è arrivato nella comunità del Caf. Era stato allontanato dalla famiglia di origine perché non era in grado di averne cura. Un grave stato di trascuratezza che ha causato, fra l’altro, un lieve ritardo cognitivo. A un certo punto i servizi sociali del Comune di Milano hanno appurato che Alessandro non sarebbe più potuto tornare in famiglia e il Tribunale dei Minori decide per l’affido. Nel frattempo sono passati 4 anni e il ragazzo ne ha 12. A quel punto una famiglia si fa avanti per l’affido. I coniugi hanno 40 anni. Alessandro è contento di trascorrere il tempo con loro. Inizia l’affido. Ma la coppia ha presto problemi: non riescono ad accettare il ritardo cognitivo che comporta tanta pazienza a scuola e a casa. Non si sentono adatti e, dopo 4 mesi, Alessandro rientra in comunità. Il ragazzo si sente responsabile del rifiuto, respinto, vinto. Non vuole più uscire dalla comunità, non vuole neppure più andare a scuola. Poi, un piccolo miracolo. Una donna single, Michela, 35 anni, si propone per l’affido. Lavora a tempo pieno ma ha la famiglia vicina. «Mi batte forte il cuore» dice Alessandro la prima volta che esce con lei senza educatore. Ha paura di un nuovo rifiuto. Che però non arriva. Passano insieme molti week-end e le vacanze. Michela è come una zia. Alessandro oggi ha 18 anni ed è passato in una comunità con ragazzi portatori di handicap, è sereno perché sa che su Michela può contare.


Un affido a tempo pieno

Lisa arriva al Caf a tre anni. È nata e vissuta in una comunità per tossicodipendenti dove risiede con i genitori. Il Tribunale dei Minori, sentiti i servizi sociali, decide di dare la possibilità a Lisa di risiedere in una famiglia. La bambina è gracile, si ammala spesso. È sempre in braccio ma non fa differenza fra le persone. Parla tanto, ma mangia poco, non gioca. Fa fatica ad addormentarsi e a svegliarsi, come se abbandonare il controllo la mettesse in crisi. Una famiglia si fa avanti per l’affido a tempo pieno e in comunità decidono che è il momento di provare a dare continuità affettivaa Lisa. I primi mesi vanno benissimo. La bambina è allegra. Chiacchiera, non dà problemi. Ma i genitori affidatari notano che ha lo stesso comportamento con tutti. Per lei è indifferente chi ha di fronte, a chi è in braccio, chi le dà da mangiare. Verso i 4 anni cambia. Comincia a piangere di notte. A non voler più andare alla scuola materna. E anche di giorno ha lunghissimi pianti dove non vuole che la si tocchi, le si parli. Ma se la madre affidataria prova ad andarsene piange di più. La coppia va in crisi. Ma chiede aiuto. «Non ce la facciamo» dicono. Ma non abbandonano Lisa. Restano con lei. Di questo solo ha bisogno la piccola. La bambina doveva buttare fuori tutta la sofferenza trattenuta negli anni, ed ha aspettato di sentirsi sicura.

 
 

 

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