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Stato biscazziere, fare cassa con l’azzardo

Secondo una ricerca curata nel 2015 dall’Istituto di fisiologia clinica del Cnr, l’8% dei giovani che giocano d’azzardo ha già comportamenti problematici. E l’11% è a rischio patologia. I giovani giocano dappertutto: bar e tabaccherie (35%), sale scommesse (28%), il computer di casa (19%). E, nonostante la legge lo vieti, il 38% dei minorenni ha giocato d’azzardo durante l’ultimo anno. Molti di loro sono ancora bambini: l’8%.

di Francesco Chiavarini

Lo Stato biscazziere perde il pelo ma non il vizio. Lo scorso 2 febbraio alla Conferenza Stato Regioni, il sottosegretario all’Economia, con delega al gioco, presenta una bozza tenuta, fino ad allora, in grandissimo segreto, ai sindaci e presidenti di Regione. La Consulta nazionale antiusura intercetta quel testo e mette in guardia gli amministratori locali dei rischi che contiene. Su insistenza di diversi esponenti della società civile il sottosegretario scopre le carte e pubblica sul proprio sito la proposta. Si scatena un grande dibattito. Per la verità, quasi solo sulla stampa cattolica. Risultato: i primi cittadini e i governatori non firmano l’intesa che nelle dichiarazioni del governo avrebbe dovuto mettere ordine nel settore. La bozza Beretta finisce in freezer. «Pressioni sono riuscite nell’intento di frenare un accordo subdolo, dagli effetti devastanti per la tutela della salute, dell’ordine pubblico del nostro Paese. L’impostazione del documento era a tutto vantaggio delle lobby dell’azzardo. È un dato di fatto inconfutabile. Era un accordo che non si poteva concludere in tutta fretta senza sentire le associazioni che sul campo quotidianamente si occupano di contrastare l’azzardo, che è la causa principale di sovraindebitamento e di usura delle famiglie italiane», afferma mons. Alberto D’Urso, presidente della Consulta nazionale antiusura. La soddisfazione per avere fermato il blitz del governo non autorizza, tuttavia, ad abbassare la guardia. La delega al governo per legiferare in materia scade il 30 aprile. Un’intesa dovrà essere trovata se non altro per pareggiare i conti dal momento che l’esecutivo difficilmente potrà rinunciare ai 10,5 miliardi di gettito garantito dal gioco d’azzardo e già messi a bilancio.


Le sale di categoria A

Ma cosa prevede la bozza Beretta? Il testo promette di tagliare l’offerta di gioco. Le macchinette sarebbero ridotte già del 30% entro la fine del 2017 e poi di anno in anno fino ad arrivare a 260 mila nel 2020 (sono attualmente 450 mila). Non solo. Il governo prevede, progressivamente, di togliere le slot da tabaccherie, edicole e bar e complessivamente di dimezzare i punti gioco. Tutto bene, ma soltanto in apparenza. Secondo il sociologo Maurizio Fiasco, esperto di sistemi di gioco «la riduzione dell’offerta è fasulla, perché non tiene conto dell’innovazione tecnologica: oggi le nuove macchine sono in grado di offrire una combinazione di risultati enormemente superiore al passato. Le loro prestazioni solo tali che neutralizzano gli effetti anche di un ben più rigido contingentamento». Ma l’inganno più grave della proposta del sottosegretario all’Economia si nasconde nel capitolo “sale scommessa”.«Le 11.600 sale e punti di gioco in meno rispetto agli attuali è un sacrificio subito contemperato da una postilla: “una quota residua di esercizi che saranno in grado di ottenere la certificazione di categoria A” potranno andare ad aggiungersi agli altri: un numero non precisato ma molto prevedibilmente, cospicuo – di punti gioco che andranno a rimpinguare il numero di quelli che si volevano togliere», sostiene l’avvocato Attilio Simeone, coordinatore del cartello Insieme contro l’Azzardo. Inoltre le non meglio specificate “sale di tipo A” non sarebbero soggette alle norme attuali che impongono distanze di sicurezza da luoghi sensibili come scuole, ospedali e chiese. Ottenuta la certificazione di classe A, gli enti locali non avrebbero alcuna voce in capitolo nel processo autorizzativo. «Leggendo il testo più che una regolamentazione del settore, si intravede la volontà di togliere ai sindaci le uniche armi che hanno per contenere gli effetti più drammatici sulla salute pubblica, proprio mentre è ormai da tutti riconosciuto quello che da anni andiamo dicendo e cioè che il gioco d’azzardo genere patologia» , sottolinea Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana e presidente della Fondazione San Bernardino.


Parola d’ordine: fare cassa

Non conviene, tuttavia, farsi troppe illusioni. Non è la preoccupazione per la salute pubblica che ispira i governi su questo settore. E nonostante le intenzioni annunciate, neanche questa proposta fa eccezione. C’è un particolare che lo rileva. Non si sa ancora bene come dovranno essere costruitele sale di categoria A, dove potranno sorgere, ma è certo che per ottenere la certificazione, dovranno disporre di macchinette collegate da remoto al server centrale. Più che togliere le slot dai bar, la bozza Beretta si preoccupa di eliminare quelle abusive, che vengono utilizzate dalle organizzazioni criminali per lavare denaro sporco e che non contribuiscono alle casse dell’erario. Eccola, di nuovo, la parola magica. Fare cassa. Vizio di uno Stato sovra-indebitato che chiede ai propri cittadini di diventare scommettitori. Con buona pace di chi di gioco si ammala.

 
 

 

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