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Share, la moda. Ma verde e solidale

In via Padova è stato aperto uno store molto speciale: si chiama Share, che sta per Second Hand Reuse: è, dunque, un punto vendita di articoli usati, di seconda mano. per finanziare progetti sociali e di accoglienza

di Marta Zanella

Una nuova vetrina di abbigliamento nell’arteria multietnica di via Padova non è certo una sorpresa. Complice forse la forte crescita negli ultimi anni di un’etnia in particolare, tra le molte che abitano il quartiere, e cioè quella cinese, i negozi di vestiti in via Padova si sono moltiplicati. Ma questo, che ha alzato le saracinesche a metà marzo al civico 36, è uno store speciale. Si chiama Share, che sta per Second Hand Reuse: è, dunque, un punto vendita di articoli usati, di seconda mano. I principi che lo sostengono sono molti: intanto c’è l’attenzione verso il portafoglio di chi compra, perché i capi che si trovano sono tutti di alta qualità, di grandi marche e in perfette condizioni, ma a un prezzo molto basso, si va dai 3 a un massimo di 12,50 euro al pezzo. C’è la vocazione “verde”, perché riciclare e riusare, anche i vestiti, riduce i rifiuti e l’inquinamento. C’è, soprattutto, la solidarietà, perché dietro a questo progetto c’è la cooperativa Vesti Solidale, una delle affiliate al Consorzio Farsi Prossimo del circuito Caritas. «La solidarietà, nel caso di Share, viaggia su due binari – spiega Carmine Guanci, di Vesti Solidale –: anzitutto i proventi del negozio andranno a finanziare progetti di accoglienza, in particolare alloggi per mamme in difficoltà con i loro bambini». Nelle sole prime due settimane di apertura, ancora prima dell’inaugurazione ufficiale e di aver pubblicizzato l’attività, Share ha consentito di destinare quasi 1.400 euro al progetto di housing sociale per mamme e bambini, che prenderà il via nello stesso stabile in cui ha sede il negozio. «Ma Share è solidale anche verso chi ci lavora – continua Guanci –. Vesti Solidale è una cooperativa sociale che dà lavoro a persone svantaggiate: carcerati, disabili psichici e fisici, rifugiati politici, donne con percorsi di violenza o abuso alle spalle, persone uscite da percorsi di dipendenza da droga o alcol, per fare degli esempi…». Ma sempre di più anche persone che si definirebbero “normali” e che stanno pagando la crisi. «Ultimamente ci sono anche molti cinquantenni che si sono ritrovati buttati fuori dal mondo del lavoro. Oppure, come nel caso di Share, abbiamo scelto di dare lavoro a giovani disoccupati o precari: ragazzi che, pur con una laurea in tasca, non riuscivano a uscire dal tunnel infinito dei contratti interinali e, di conseguenza, non riuscivano a investire su nessun progetto di vita, inclusa una famiglia».

Pronti a creare nuovo lavoro
Oggi sono tre i dipendenti del negozio, ma una quarta persona dovrebbe entrare in gioco a breve. E poi molto dipende da come andrà nei prossimi mesi: «Se l’attività commerciale si avvierà con successo – prosegue ancora Guanci –, allora potremo permetterci di fare anche una raccolta e una cernita più selettiva dei capi di abbigliamento e potremmo arrivare a impiegare anche una cinquantina di persone». Vestitini a fiori e a pois a 7,50 euro per prepararsi con allegria alla bella stagione, jeans da uomo allo stesso prezzo, giubbotti e giacche a vento a 12,50 euro, da sognarseli persino durante i periodi dei saldi. E una stanza intera dedicata all’abbigliamento dei bambini che, si sa, di solito costa molto e dura poco: dai body e tutine per i neonati delle marche più conosciute fino a vestiti e cappottini, ordinati per fasce d’età. Gli abiti messi in vendita da Share vengono da diverse città italiane e anche da alcune piazze europee, come Parigi, Amsterdam, Berlino. Anche per questo la scelta è molto ampia e selezionata: «Per questo progetto selezioniamo solo il 5% dei vestiti raccolti. Che non è poco, se si pensa che solo Vesti Solidale, nella diocesi di Milano, raccoglie otto tonnellate di indumenti ogni anno». La sfida, a questo punto, si gioca sul campo. Le intenzioni sono le migliori, bisogna verificare se l’impresa è sostenibile e riesce a stare sul mercato. L’apertura in via Padova è una sorta di progetto pilota, nel caso in cui tutto funzionasse per il meglio già diverse cooperative sociali sarebbero pronte a replicare il modello e a utilizzare il marchio Share in altre città italiane.

Cresce il mercato dell’usato
Il contesto, peraltro, sembra buono: secondo l’Osservatorio Findomestic, negli ultimi cinque anni è cambiato l’approccio verso l’acquisto dell’usato. Il 48% degli italiani vi ha fatto ricorso e il 41% dichiara di voler incrementare gli acquisti nel settore. Secondo l’indagine, l’espansione dell’usato non dipende dalla crisi, ma dall’evoluzione degli stili di consumo. Chi si rivolge a questo mercato è generalmente giovane e colto, ed è un consumatore attento. Share potrebbe pescare nella corrente giusta. Una corrente che vive molto anche sui social network. Così, grazie a un sito e alla pagina Facebook, i clienti di Share possono seguire anche l’attività “dietro le quinte” e verificare che i proventi dei loro acquisti siano effettivamente impiegati nel progetto sociale. E lo store non sarà solo spazio di commerci, ma riserverà spazio a iniziative sociali e culturali, a laboratori di sartoria e cucito, a passerelle di stilisti del critical fashion, la moda “critica” ed etica. Più che un semplice negozio, una vera comunità.