Scarp Aprile
Scommetto. Su me stesso

Sei anni di crisi, paese prostrato. Ma c’è chi trova il coraggio di rimettersi in gioco. Reinventando lavoro e futuro. Grazie al microcredito

di Francesco Chiavarini

Sei anni di crisi hanno rubato la serenità a decine di migliaia di famiglie italiane. Eppure esiste un paese che ci vuole provare ancora. È un’Italia che quando il lavoro lo perde, prova a inventarselo. Anche se non ha esperienza. Anche se deve imparare tutto da zero. Anche se sul piatto può soltanto mettere le idee, la faccia e il bisogno di sentirsi ancora utile. A chi la governa, questa Italia domanda che le si dia fiducia, che si scommetta un po’ di più sulla sua voglia di farcela, a patto, certo, di correre qualche rischio insieme a lei. Invece, chi dovrebbe darle credito si tira indietro. Lo stato, anziché favorirla, la imbriglia in un rete di regole dalle maglie strettissime. La montagna da scalare diventa allora gigantesca e bisogna veramente essere dotati di tanto coraggio per provare a superarla. Davide Sarubbi, giovane ex operaio oggi venditore on line di prodotti fotografici. Danilo Airoldi, ex magazziniere, che prova a diventare coltivatore diretto. Due storie, emblema dei tanti che hanno trovato il coraggio per affrontare quella montagna. Lo hanno trovato da soli. Ma hanno potuto iniziare il cammino grazie a qualcuno che ha scelto di assumersi il rischio insieme a loro, attraverso uno strumento finanziario, praticato da anni dalla società civile, ma che fino a qualche tempo fa le istituzioni pubbliche guardavano con scetticismo: il microcredito.

Davide oggi vende online
Davide Sarrubbi, 34 anni, lavora da quando ne aveva 14. Finite le scuole medie, di aziende artigiane ne ha girate parecchie nella terra della piccole imprese, la provincia di Varese. È stato fresatore, addetto alle macchine a controllo numerico, carpentiere. Due anni da un parte, due dall’altra. Non era un problema trovare qualcosa da fare, nei piccoli paesi sulle prealpi al confine con la Svizzera dove nei comuni, anche i più piccoli, può mancare il bar, ma mai il capannoncino. Bastava, all’epoca, inviare il curriculum e dimostrare che non si voleva stare con le mani in mano. Così voleva la retorica del posto e un po’ era anche vero. Poi è arrivata la crisi. Nel gennaio 2010 la sua ultima azienda, per contenere i costi, si è fusa con un’altra. Dei 18 dipendenti, lasciarono a casa l’ultimo arrivato: lui. A quel punto bisognava ricominciare da capo. Soltanto che l’aria era cambiata. Le porte delle minifabbriche diffuse non si aprivano più con tanta facilità. Quello che si riusciva a trovare era solo qualche impiego saltuario: contratti da due-tre mesi, attraverso le agenzie interinali. Un lavoro a singhiozzo. E nel frattempo Davide doveva pure badare alla famiglia: ai bambini, al più grande di 8 e all’ultima arrivata, nata proprio a novembre di quell’anno. Non era facile, anche potendo contare sullo stipendio della moglie, Antonietta, anche lei operaia. «Da quel momento l’incertezza è diventata una costante di ogni giorno – racconta –. E allora ho pensato che, precarietà per precarietà, tanto valeva provare a fare qualcosa di diverso. Di scommettere su di me». Davide ha sempre avuto l’hobby della fotografia ed è un smanettone con il computer. Ha pensato di unire le due passioni e di vendere sulla rete macchine fotografiche, teleobiettivi usati, attrezzature. Un amico grafico gli ha dato una mano a creare il sito, un negoziante del quartiere gli ha offerto di tenere la merce. Ma per partire servivano i soldi. E Davide di risparmi ne aveva pochi. Così chiese un appuntamento alla banca dove aveva il conto corrente da quando era un ragazzino. «Quando ho detto al direttore che avevo un’idea, ma mi servivano 15 mila euro in prestito per realizzarla, quello è sobbalzato sulla sedia e mi ha riposto che non mi rendevo conto di quello che gli stavo proponendo – racconta –. A me non sembrava affatto una cifra eccessiva, anche se sapevo di non potergli dare nessuna garanzia. Ma senza quei soldi, come potevo iniziare e dimostrargli che la mia idea era buona?». È a quel punto che la moglie Antonietta si è ricordata del suo vecchio parroco. Gli ha raccontato la storia e il sacerdote gli ha dato un indirizzo di Milano: Fondazione San Bernardino. I volontari hanno ricevuto Davide, valutato la sua proposta e accettato di finanziarla, attraverso il fondo di garanzia messo a disposizione dal Fondo Famiglia Lavoro della diocesi di Milano per il programma di microcredito. La linea di credito, aperta nella filiale di una delle banche convezionate con il Fondo, prevede l’erogazione di 7.500 euro, rimborsabili in 6 anni, a un tasso molto basso (il 4%). «Lo scorso anno, il 5 febbraio, lo stesso giorno in cui io e mi moglie ci siamo sposati, la banca mi ha chiamato per comunicarmi il prestito. Per me è stata una boccata di ossigeno. Un nuovo inizio». Da allora è passato poco più di un anno. Il sito (www.iolocompro.it) è una bella vetrina. Ma gli affari non hanno ancora cominciato a girare. «La crisi ha bloccato il mercato della fotografia anche in una città come Varese dove di soldi ne sono sempre girati, così ho pensato di trattare anche altri prodotti – spiega –. Insieme alle macchine fotografiche usate, vendo anche cartucce per stampanti e toner. Prodotti che mi richiedono un investimento minore e riesco a proporre a un prezzo competitivo. Alla pubblicità sulla rete ho unito quella porta a porta: giro i negozi, gli uffici, i bar, della provincia insieme al mio amico grafico: lui propone biglietti da visita, io l’inchiostro per stamparli. Ce la faremo. Dobbiamo farcela…».