Scarp Aprile
Prigione: non è un gioco da ragazzi

Rispetto ai mille drammi che caratterizzano l’universo penitenziale italiano, la giustizia minorile si presenta come un’isola (quasi) felice. La pena in carcere è una misura residuale. Molti ragazzi sono avviati alle comunità e alla “messa alla prova”. Opportunità cui gli stranieri, però, fanno più fatica ad accedere

di Daniela Palumbo

«La giustizia minorile deve saper essere ancor più giusta, mite ed equilibrata di quella che ha a che fare con le persone adulte. La nostra osservazione degli istituti penali per minorenni (Ipm) ha voluto mettere sotto i riflettori un sistema che, nonostante problemi e difficoltà, va difeso e tutelato. Un sistema che ha saputo mantenere l’uso della pena carceraria in una posizione residuale. Da oltre venti anni, da quando è stato approvato il codice di procedura penale per minorenni, il numero dei ragazzi reclusi è rimasto più o meno stabile, e ruota attorno alle 500 unità». I ragazzi detenuti negli istituti di pena per minori erano 8.521 nel 1940, 7.100 nel 1950, 2.638 nel 1960, 1.401 nel 1970 e 858 nel 1975. Attualmente, nei 16 istituti penali per minori del paese, la presenza media è di 530 ragazzi detenuti. Per quanto riguarda la detenzione femminile, il rapporto evidenzia come sia sempre stato un dato modesto: basti pensare che nei nostri Ipm le ragazze rappresentano (oggi come nel passato) il 10% dei minori detenuti. Tra i quali, invece, la componente straniera è predominante, oltre l’80%.

Reati estinguibili
Prima di arrivare alla detenzione, in effetti, il nostro sistema penale prevede, per i minorenni, una serie di accessi in luoghi “di transito”, che in molti casi scongiurano il carcere. Innanzitutto, sono 27 i Cpa (Centri di prima accoglienza), che ospitano i minorenni in stato di arresto o fermo, fino all’udienza di convalida che deve aver luogo entro 96 ore dall’arresto stesso. Tra il 1998 e il 2012 l’andamento degli ingressi nei Cpa è stato decrescente: erano 4.222 nel 1998, sono diventati 2.193 nel 2012 (quasi il 50% in meno). La diminuzione, secondo il rapporto, è dovuta soprattutto al crollo degli ingressi nei Cpa dei minori stranieri, passati dai 2.305 del 1998 ai 937 del 2012. In ogni caso poi la maggior parte dei minori entrati nei Cpa (l’85,6%) ne esce a seguito dell’applicazione di una misura cautelare. Un altro dispositivo anti-detenzione sono le comunità dove il minore può espiare la sua pena, evitando il carcere. Anche questo è un dato in attivo: infatti, i minori nelle comunità, sia ministeriali che private, sono passati dai 1.339 del 2001 ai 2.037 del 2012. Si tratta però, sottolinea il rapporto, di una tendenza che ha coinvolto in misura assai maggiore gli italiani rispetto agli stranieri: tra i minori in comunità gli stranieri erano il 40% nel 2001 e solo il 37,1% nel 2012. Infine, è previsto l’istituto della “messa alla prova”, che non rappresenta solo una valida alternativa al carcere, ma allo stesso processo. Infatti, se la misura avrà un buon esito finale, il reato del minore verrà dichiarato estinto. La “messa alla prova” è in forte espansione, tanto che si è passati dai 788 provvedimenti del 1992 ai 3.216 del 2011. Anche in questo caso, il rapporto di Antigone sottolinea che l’opportunità è concreta soprattutto per gli italiani (nel 2011, i minori stranieri che ne hanno usufruito sono stati solo il 17%). Infine, c’è il carcere vero e proprio. Redattore sociale ha colto l’occasione della recente visita di papa Francesco al carcere minorile romano di Casal del Marmo per pubblicare un breve report sulla giustizia minorile italiana. Secondo l’agenzia di stampa, al 15 marzo 2013 erano 468 ragazzi e le ragazze dai 14 ai 18 anni detenuti negli istituti penali italiani e duemila erano affidati alle comunità (dei quali 753 stranieri). Il 58,7% dei detenuti è imputato per reati contro il patrimonio, l’11,7% per violazione della legge sulle droghe, identica percentuale riguarda chi ha compiuto reati contro la persona, mentre il 2% dei detenuti si sono macchiati di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. La sede carceraria con il più alto numero di presenze quotidiane è Catania (63), seguita da Nisida in provincia di Napoli (circa 60), Milano (53) e Roma (46).

Davvero rieducativo?
Ma cosa si fa dietro le sbarre? Come passano il tempo i minori detenuti? Il carcere riesce a esplicare la funzione rieducativa che la Costituzione prevede, e che sarebbe particolarmente rilevante, trattandosi di minori? Nel rapporto di Antigone, Gianluca Guida, direttore del carcere di Nisida, sottolinea una volta di più la differenza con gli istituti per adulti: «Qui non abbiamo l’ora d’aria – racconta –; i ragazzi trascorrono la maggior parte del tempo fuori dalla cella. Si svegliano alle 7,30, scendono alle 8,15, fanno colazione tutti insieme. Dopo di che, fino alle 7 della sera, partecipano a una serie di esperienze, tra cui le attività di tempo libero dalle 5 alle 7 del pomeriggio. Il regime è fondamentalmente dedicato a portare avanti tre linee di azione: formazione, istruzione e lavoro educativo». In attesa di tornare liberi, si può provare a diventare buoni cittadini.