Scarp Aprile
Milano ha ritrovato il proprio cuore

Un anno di pandemia nelle immagini di una Milano vuota e trasfigurata che, però, è stata capace di mostrare il proprio lato migliore nel momento di maggior bisogno. Tante le associazioni e i privati che si sono dati da fare per aiutare chi era in difficoltà. Da qui bisogna ripartire, nonostante tutto.

di Andrea Cherchi

Marzo 2020. Sono in piazza del Duomo e non c’è nessuno. Da lontano sento lo sferragliare dei tram di piazza Cordusio e da vicino sento il muoversi leggero di cento e più piccioni. Provo dolore. Un dolore strano, indescrivibile e irripetibile. Mi dicevano: «È come ad agosto». Me lo ripetevano come se servisse a consolarmi. Ad agosto sei contento di avere tutta la città per te, qui no. Ora la città non c’è più. In questi mesi ho documentato il vuoto, lo smarrimento e la paura. Non mi era mai capitato e mai avrei pensato fosse possibile. Sono stato ovunque: negli ospedali, in paesi come Codogno che non avevo mai sentito nominare e in luoghi che senza la gente sembravano disegnare nuove geometrie. Sono passati minuti, ore e giorni che hanno rincorso i mesi. La gente è tornata, poi è sparita di nuovo e poi è ricomparsa. In questi mesi siamo ripartiti decine di volte e ci siamo fermati altrettanto. Una sorta di gioco in scatola dove il virus lanciava il dado e noi siamo andati avanti, indietro, ci siamo fermati per alcuni turni e, peggio ancora, in alcuni casi siamo usciti dal gioco. Il problema era ed è che non era e non è un gioco. Spesso mi hanno chiesto cosa mi sia rimasto di più nellamente di questi mesi. A tutti ho risposto: il cuore. Ecco, sì, perché a noi di Milano, quelli che non ci conoscono, ci hanno sempre visti come quelli freddi, come quelli che abbiamo solo la nebbia e le zanzare e non hanno mai ascoltato quella vecchiaì canzone di Lino Toffolo che diceva che i bambini di Milano nascono già con il cuore in mano. Oppure la conoscevano e hanno sempre pensato che quella in fondo fosse una frase, così, per fare rima.


Una città diversa

Quello che ha accompagnato me e la mia macchina fotografica in questi mesi è stato il cuore. Il cuore dei volontari, il cuore della gente comune, il cuore del vicino di casa e il cuore di enti e associazioni che non ha mai smesso di battere un attimo. Nelle mense per i poveri, come ad esempio quella delle suore e dei frati e nei centri di distribuzione di generi alimentari, i volontari hanno sempre fatto a gara per rendere il disagio impercettibile. Al Pane Quotidiano, per esempio, una volontaria storica metteva (e mette tuttora) della musica per rendere la fila meno estenuante. Dai frati del Centro Sant’Antonio ho colto il pianto di un uomo e la tenerezza di un volontario che gli diceva: «Se la smetti di piangere ti presto il mio sorriso e te lo porti a casa, poi me lo riporti domani». Quante volte non ho scattato un’immagine. Gli scatti che non ho fatto sono tutti nella mia anima e l’anima non è una scheda che puoi attaccare a un computer e scaricare emozioni. Molti mi hanno ringraziato per avere documentato questo periodo così strano e difficile. Molti non sanno che ho avuto paura anch’io e che forse raccontare al prossimo con una foto la paura, la fa passare, oppure la ferma. Quante volte sono tornato a casa e, riguardando le immagini, ho pensato alla responsabilità che avevo nel raccontare una storia così drammatica. Quante volte ho detto a me stesso: «No questa foto non la pubblico. Non è giusto. La gente ha bisogno di serenità e la fotografia è una missione umana, non una gara di ego e di bravura». In questi mesi ho visto commercianti, esercenti e lavoratori in difficoltà. Alcuni di loro sono amici. Li guardavo negli occhi e poi, se lo sguardo si distraeva un po’, arrivava a uno di quegli striscioni con sopra scritto: Andrà tutto bene. Ma non è andato tutto così bene. Quegli striscioni si sono sbiaditi nel tempo e hanno fatto comparire parole invisibili quali sofferenza e rassegnazione. In questi mesi mi sono sentito dire: «La gente è cambiata». In verità sono cambiato anch’io. Le immagini che vi ho proposto in questi mesi sono lo specchio della mia anima serena e inquieta nello stesso tempo. È stato un onore essere accanto a chi ha visto la città con i miei occhi. Grazie Stefano, direttore sensibile e umano. Sono stato io a chiederti di scrivere questo pezzo. Grazie per avere accettato. Ho pensato che solo su queste pagine avrei potuto aprire così tanto il mio cuore.

 
 

 

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