Scarp Aprile
Gli esclusi dal reddito

Da marzo sono state presentate le prime domande per ottenere il Reddito e la pensione di cittadinanza. A contestare nel merito il provvedimento, che dovrebbe abolire la povertà, sono le organizzazioni impegnate ad aiutare le persone gravemente emarginate. Secondo la fio.PSD, la Federazione italiana degli organismi per persone senza dimora, il Reddito di cittadinanza escluderà i più bisognosi, coloro che vivono per strada. Chi farà domanda dovrà, infatti, dimostrare di essere residente in Italia da più di 10 anni, di cui gli ultimi due consecutivi. Ma non solo: i due canali previsti dalla norma, il patto per il lavoro e il patto per l’inserimento sociale sono binari paralleli che non si incrociano mai. Chi si occupa di povertà sa, invece, che in realtà si è poveri per più di una ragione. E non sempre la mancanza di lavoro è il primo problema cui si può dare una risposta. Il rischio serio è che i più poveri rimangano sempre gli ultimi della fila.

di Francesco Chiavarini

Da marzo sono state presentate le domande per ottenere il reddito e la pensione di cittadinanza agli sportelli postali o ai Centri di assistenza fiscale. Le candidature saranno inviate all’Inps che verificherà i requisiti sulla base della Dsu, la dichiarazione sostitutiva unica finalizzata al rilascio dell’Isee (l’indicatore della situazione economica) presentata dai candidati. Coloro che saranno ammessi verranno invitati a tornare in Posta per ricevere la carta prepagata, su cui sarà caricato il Reddito di cittadinanza. Con la card, i beneficiari potranno prelevare contanti (con un tetto di 100 euro al mese se il beneficiario è uno, ma si sale fino a 210 euro se nel nucleo familiare ci sono più persone), effettuare un bonifico mensile per pagare l’affitto o il mutuo. Non potranno utilizzare la carta, invece, per giochi che prevedono vincite in denaro. L’ammontare non speso sarà poi sottratto dalla mensilità successiva. Entro 30 giorni dal ricevimento del Reddito si verrà convocati in un Centro per l’impiego, dove il navigator proporrà le offerte di lavoro congrue in base al curriculum e al luogo di residenza: tre entro 18 mesi, l’ultima delle quali potrà provenire da tutto il territorio nazionale. Coloro che invece non saranno ritenuti in grado di iniziare un lavoro, saranno inviati ai servizi sociali dei Comuni. La misura simbolo del Movimento 5 stelle è dunque partita. Ma restano da sciogliere ancora moltissimi nodi: dalla sostenibilità per le casse pubbliche di una misura che vale 7 miliardi di euro alla contrattualizzazione dei navigator (3mila) che dovrebbero essere assunti da Anpal (Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro) con contratti di collaborazione per poi essere stabilizzati dalle Regioni con le quali, però, il governo non ha ancora raggiunto un accordo. Ma quello che fa più impressione è che a contestare nel merito il provvedimento che dovrebbe “abolire la povertà” siano proprio le organizzazioni quotidianamente impegnate ad aiutare le persone gravemente emarginate. Le critiche sono trasversali e arrivano dall’associazionismo cattolico a quello laico. Secondo la fio.PSD, la Federazione italiana degli organismi per persone senza dimora, il Reddito di cittadinanza escluderà paradossalmente proprio i più bisognosi, coloro che vivono per strada. Chi farà domanda dovrà, infatti, dimostrare di essere residente in Italia da più di 10 anni, di cui gli ultimi due consecutivi.


Esclusi tanti senza dimora

Questo limite impedirà ai migranti presenti sul territorio di accedere all’assegno ma produrrà anche il paradosso di estromettere molti nostri connazionali, che finiti in strada, hanno perso la residenza. Costoro per poter ottenere l’assegno dovranno possedere almeno un domicilio fittizio. Ma nella stragrande maggioranza dei Comuni italiani non lo potranno nemmeno richiedere, dal momento che solo 200 su 8 mila municipi in Italia hanno istituto il registro delle cosiddette residenze anagrafiche. Inoltre, anche i senza tetto che si trovano in uno dei pochi Comuni virtuosi, non è affatto detto che si siano effettivamente registrati o lo abbiano fatto in tempo per maturare i requisiti previsti dalla norma. A parere della fio.PSD questa contraddizione – a onore del vero, già presente nella misura precedente, il Rei (il reddito di inclusione) – impedirà di percepire il reddito di cittadinanza al 95% dei senza tetto, quindi alla quasi totalità delle circa 60 mila persone che, secondo l’ultimo censimento Istat del 2015, si lasciano vivere o morire per strada. Inoltre, secondo Caritas Italiana il Reddito di cittadinanza scontenterà anche molti penultimi. La misura, per le modalità con le quali è calcolata la condizione economica di chi ne farà domanda, avvantaggerà i singoli a discapito delle famiglie più numerose, tra le quali l’incidenza della povertà è notoriamente più alta. Non solo. A causa di un approccio semplicistico alla povertà, saranno tagliati fuori tutti coloro che pur presentando sulla carta le caratteristiche per poter lavorare, non saranno in grado di farlo.


Troppe semplificazioni

«Per esempio – spiega Francesco Marsico di Caritas Italiana –una giovane donna disoccupata, sola, con due figli piccoli a carico, sarà indirizzata al centro per l’impiego, in ragione di criteri, come ad esempio l’età, accertati per via amministrativa. Allo sportello, il navigatorle offrirà i posti di lavoro che riuscirà a trovare, ma non si preoccuperà di pensare a una soluzione per i bambini che dovranno rimanere a casa da soli quando lei si presenterà il primo giorno in ufficio o in azienda. L’impiegato non avrà neppure il compito di indicarle chi la potrebbe aiutare. Ciò accadrà perché i due canali pervisti dalla norma, “il patto per il lavoro” e “il patto per l’inserimento sociale” sono due binari paralleli che non si incrociano mai. Chi si occupa di povertà sa, invece, che in realtà si è poveri per più di una ragione. E non sempre la mancanza di lavoro è il primo problema cui si può dare una risposta».


Discriminati i più poveri

L’Alleanza contro la povertà, che riunisce 35 organizzazioni della società civile, solleva anche questioni di costituzionalità. «Ribadiamo – si legge in una nota –la nostra contrarietà rispetto ai requisiti di residenza che sono discriminatori nei confronti dei cittadini stranieri e in contraddizione con la normativa comunitaria e con le più recenti sentenze della Corte Costituzionale». Il riferimento è al limite dei 10 anni di residenza, richiesto per i cittadini immigrati, un periodo di tempo che, nel caso di ricorso, potrebbe portare i giudici della Consulta a ritenerlo inammissibile, come hanno fatto, per esempio, recentemente i loro colleghi della Corte di Appello di Milano, sul limite dei 5 anni, richiesto dalla Regione Lombardia per la concessione del bonus bebè. Ancora più discriminatorio sarebbe, a parere dell’Alleanza, il nuovo testo approvato dal Senato il 27 febbraio che richiede ai soli migranti extracomunitari una certificazione sulla propria condizione patrimoniale e famigliare prodotta dai Paesi di provenienza, tradotta in italiano e legalizzata dall’autorità consolare italiana. Gli ammessi al Reddito di cittadinanza saranno poi convocati dal Centro per l’impiego in base a requisiti di occupabilità, rigidi ed astratti «senza un valutazione preliminare dei bisogni dei nuclei beneficiari da parte dei servizi comunali». Dubbi per l’Allenza anche anche sui progetti di pubblica utilità che sarebbero proposti dai Comuni a coloro che non sono ritenuti idonei al lavoro. «Discutibile l’obbligatorietà per tutti, l’assenza di un limite massimo per la durata dei progetti e il non coinvolgimento del terzo settore nella loro predisposizione».

 
 

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

* Copy This Password *

* Type Or Paste Password Here *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>