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Dal carcere all’emporio

La crisi economica si sta facendo sentire in maniera pesante anche in Valle d’Aosta, con picchi di difficoltà occupazionali mai raggiunti finora. Il tasso di disoccupazione è triplicato in pochi anni e l’indice di povertà relativa ha superato il 6%. Per questo è stato creato nel 2016 un emporio solidale che attualmente supporta sul fronte alimentare circa 90 famiglie.

di Enrico Panero

Mettere in relazione due condizioni di difficoltà sociale ed economica per creare benefici reciproci, questa l’idea di fondo del progetto Orto solidale avviato ad Aosta su iniziativa dell’associazione valdostana Volontariato Carcerario.In pratica, i detenuti della casa circondariale di Brissogne–Aosta lavorano la terra per produrre ortaggi che sono poi donati alla popolazione in stato di necessità tramite l’emporio solidale Quotidiamo. Un’operazione semplice, ma che assume un valore importante nel contesto aostano per vari motivi. La Valle d’Aosta sta attraversando da alcuni anni una crisi economica e produttiva non diversa dal resto del Paese ma particolarmente sentita, perché ha causato “difficoltà occupazionali quasi mai sperimentate nella storia regionale più recente”, come riportato dall’Osservatorio economico e sociale della Regione. Così, il tasso di disoccupazione è triplicato in pochi anni e l’indice di povertà relativa ha superato il 6%. Per questo è stato creato nel 2016 un emporio solidale che attualmente supporta sul fronte alimentare circa 90 famiglie. Ancor più datate le problematicità del carcere. Una struttura inaugurata nel 1984 nell’estrema periferia cittadina e concepita come carcere di massima sicurezza, ma invece utilizzata come semplice casa circondariale senza però tutti quegli spazi per le attività di gruppo che un istituto di questo tipo dovrebbe avere. Si aggiunga una tipologia di detenuti in costante turnover, prevalentemente sfollati dai più grandi istituti piemontesi e lombardi, stranieri per quasi il 70% e per un terzo indigenti (non in grado di movimentare più di 15 euro al mese), nonché una direzione assente da tempo e affidata in rotazione a direttori di altri istituti. Si può ben comprendere la difficoltà di questa struttura a svolgere un ruolo diverso dalla mera detenzione: attività interne istituzionali zero, solo una trentina di detenuti impegnati in lavori intramurari, lavoro esterno nullo e un gran numero di detenuti in passività ed inattività.


Volontariato indispensabile

«Senza progetti rieducativi non si riesce però a dare un senso alla pena e il carcere rischia di trasformarsi in un luogo di pura segregazione», dice Maurizio Bergamini, spiegando la mission dell’associazione valdostana Volontariato Carcerario di cui da una decina di anni è coordinatore-presidente. Un’associazione laica, apolitica e apartitica costituitasi nel 1983 e che si basa sul lavoro di 40 volontari di cui oltre la metà operativi all’interno del carcere cittadino. L’intervento dell’associazione è fondamentale, perché rappresenta per molti detenuti l’unica possibilità di uscire dalle celle e impegnarsi in qualche modo. «I nostri primi destinatari sono i detenuti e i loro familiari, a cui dedichiamo prioritariamente il nostro tempo e le nostre risorse – spiega Bergamini –. I volontari hanno poi accettato di farsi parzialmente carico di attività di supplenza alle carenze di mezzi dell’amministrazione penitenziaria nella fornitura di beni di prima necessità, per dare un segno di prossimità ai detenuti: rispondere ai bisogni primari è infatti un atto concreto di solidarietà verso il detenuto, al quale vengono così riconosciuti alcuni diritti per continuare a sentirsi e ad essere, nonostante tutto, una persona».


L’orto solidale

L’impegno dell’associazione all’interno del carcere di Brissogne comprende così varie attività. Oltre a sopperire ai bisogni primari fornendo vestiario e prodotti d’igiene ai detenuti che non hanno i mezzi per acquistarli, svolge relazione di aiuto per i colloqui personali, i contatti con le famiglie e tutti i bisogni personali dei detenuti. Inoltre, gestisce il servizio biblioteca e una serie di laboratori, che vanno dai corsi di lettura e discussione, all’attività di scrittura per la pubblicazione trimestrale di un inserto chiamato Pagine speciali, sul giornale della diocesi di Aosta, poi un laboratorio di scultura su legno, un corso di apicoltura, dei corsi di alfabetizzazione e cultura generale, attività teatrale, occasionalmente concerti musicali, conferenze, incontri formativi. E ora l’orticoltura: «Nel 2017 siamo partiti recuperando un’area incolta lungo il perimetro interno della struttura carceraria avviando una piantagione di zafferano. L’attività impegna però pochi detenuti e per periodi molto limitati così, in collaborazione con la cooperativa Mont Fallère che assicura il supporto tecnico per la coltivazione, abbiamo deciso di avviare l’orto a cui si dedicano a titolo volontario otto detenuti, divisi in due squadre per tre giorni a settimana. L’aspetto interessante, che ha spinto la Compagnia di San Paolo a finanziare il progetto, è però il fatto che i prodotti coltivati, attraverso l’emporio solidale, sostengono le famiglie bisognose». Un’iniziativa virtuosa che rappresenta una buona prassi in tema di solidarietà.

 
 

 

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