Scarp Aprile
Dag, regista che non gira solo film

Nel 2008, con il suo primo documentario “Come un uomo sulla terra”, firmato insieme ai registi Andrea Segre e Riccardo Biadene, ha raccontato il terribile viaggio compiuto attraverso la Libia assieme a tanti suoi compagni eritrei. Sono poi usciti “Soltanto il mare” (2011), film che propone lo sguardo incrociato di due realtà che a Lampedusa raramente dialogano tra loro: quella di un migrante sbarcato sulle coste dell’isola, e quella dei lampedusani e “Va’ pensiero, storie ambulanti” ispirato alla strage di Firenze del 13 dicembre 2011, in cui due senegalesi, Samb Modou e Diop Mor, rimasero uccisi da un esponente dell’estrema destra italiana. “Asmat” è la sua ultima fatica.

di Elisa Rossignoli

«Malgrado i corpi che li contenevano siano scomparsi, quei nomi rimangono nell’aria perché sono stati pronunciati, e continuano a vivere anche lontano dal proprio confine umano. Noi non li sentiamo perché viviamo sommersi nel caos di milioni di parole avvelenate. Ma quelle sillabe vivono perché sono registrate nel cosmo». Il buio fitto di uno schermo ancora nero. Una voce canta una nenia senza parole dal sapore dolce di ninnananna. Compare una scena di mare ad acquarello, in sottofondo il rumore delle onde del mare in una giornata di sole. Quello che quasi tutti abbiamo sentito da bambini, e che un po’ ci riporta ad allora. Ma all’improvviso la cinepresa ci catapulta in uno scenario altro, inatteso: quel suono familiare diventa lo sciabordìo delle onde contro lo scafo di una barca immobile. E l’azzurro è il mare visto dalle sue stesse viscere. Silenzio. Un senso di soffocamento. La voce riprende. Diretto da Dagmawi Yimer (etiope ma ormai veronese d’adozione, da tutti conosciuto come Dag), presentato dal Comitato 3 ottobre, realizzato insieme all’Archivio delle memorie Migranti e Campagna Verità e Giustizia per i nuovi desaparecidos, Asmat è un cortometraggio dedicato alla Memoria dei 368 migranti morti nel mare di Lampedusa il 3 ottobre 2013. Non la prima tragedia, non l’ultima, purtroppo, in quelle acque… Ma spesso, dei corpi che il mare restituisce, non si conoscerà mai il nome. Delle persone che morirono quel giorno, invece, furono rintracciati i nomi di tutti. Non era mai accaduto prima. «Ciò è stato possibile con l’aiuto dei compagni di viaggio che sono sopravvissuti – spiega Dag –. Si conoscevano tutti, li hanno riconosciuti, e finalmente quei corpi hanno potuto avere un nome, e hanno poturo vedere riconosciuta la loro dignità di persone. Non semplicemente migranti. Ma persone». Erano persone anche prima. Ma, come canta la voce del mare, più visibili da morte che da vive.

Asmat significa nomi
Asmat in lingua tigrina significa nomi. «Abbiamo voluto che i nomi fossero i protagonisti – continua Dag – , perché nei paesi di provenienza dei morti del 3 ottobre (Eritrea ed Etiopia) il nome ha un significato non soltato traducibile, ma comprensibile a tutti, un vero e proprio messaggio. Dare un nome ad un figlio è pensare per lui un futuro che parte dalle sue radici, è scrivere l’inizio di una storia che si snoderà all’infinito anche oltre il suo viaggio terreno». Il viaggio di Selam, Getahun, Tesfaye, Tsegereda, Beyene e gli altri loro compagni viene da lontano. Il loro grido si sprigiona dall’abbraccio freddo del mare, ne supera il soffocamento che nel film è palpabile, quasi reale. Ed è rivolto ai vivi. Un grido che dichiara le responsabilità dei governanti Africani ed Europei, una domanda schietta ai credenti, una carezza alla piccola isola di Lampedusa, luogo rifugio, ancora di salvezza, la terra tanto attesa. Un pianto intriso di pietà per i genitori che non sapranno mai cos’è accaduto ai loro figli, se sono vivi o morti, e dove si trovano. A loro, ai genitori, è chiesto di chiamare i nomi dei figli, perchè rispondano anche dal fondo del mare. Ad uno ad uno, per dire che esistono, che la loro storia spezzata non si è estinta con la morte, e che non è caduta nell’oblio.

Una storia in comune
«Asmat racconta una storia a cui appartengo anch’io – conclude Dag –. Anch’io ho compiuto quel viaggio, sono uno di loro. È anche la mia storia, quella dei miei compagni di viaggio, alcuni arrivati con me, altri dispersi. Tra loro c’era un amico che faceva il regista. Per questo aveva studiato, e questo avrebbe fatto se fosse sopravvissuto. È come se io avessi continuato ciò che lui ha dovuto interrompere. Ecco, fare questo lavoro e soprattutto aver girato questo film me lo fa sentire ancora vivo».