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Centro Accoglienza Ambrosiano

Quarant’anni fa aiutavamo le ragazze madri, poi abbiamo accolto profughe o straniere arrivate in condizioni di povertà. Quello che non è cambiato è invece la retta fornita dalla convenzione col Comune: 89 euro al giorno per madre e bambino, ferma dal 1998. Senza l’aiuto del Banco alimentare non potremmo garantire il servizio minimo.

di Maria Teresa Santaguida

Con un treno di quelli infiniti e lentissimi, che fa fermate in ogni piccolo centro della costa, dopo 15, forse 18 ore di viaggio, Bianca (nome di fantasia, ndr) era arrivata a Milano: incinta, sola, abbandonata dalla famiglia d’origine del sud Italia, perché marchiata della vergogna di un figlio nato fuori dal matrimonio. In stazione Centrale però, al suo arrivo, Bianca trova un angelo, a bordo di un taxi. Si tratta dell’autista, il primo ad indicarle la via del riscatto, anzi letteralmente ad accompagnarcela: quell’uomo conosce il Centro di Accoglienza Ambrosiano e sa che è l’unico posto dove qualcuno avrebbe potuto aiutare una donna da sola, prossima a veder nascere la sua bambina. Un viaggio in taxi lungo appena 25 minuti per le vie della città, che ha rappresentato per la giovane ragazza-madre il vero momento di passaggio tra la sofferenza di essere ripudiata e la sicurezza di essere accolta. Così Bianca è arrivata 34 anni fa al centro, in zona Bande Nere: un posto unico, anzi l’unico, allora, a Milano. Oggi quella donna torna a bussare alla porta di via Tonezza non per chiedere aiuto ma per far conoscere alle sue bambine (una ha più di 30 anni) un pezzo della sua storia: è successo a Natale 2018 e qualche veterana fra i volontari la sua vicenda la ricordava bene. La storia di Bianca risale infatti a pochissimo tempo dopo la fondazione del Centro di Accoglienza Ambrosiano, ovvero 36 anni fa. Da quel lontano 1983 quando nacque per volontà di abitanti della zona che frequentavano la parrocchia e l’oratorio, l’impegno per le donne non è mai venuto meno. Allora c’era persino un’intera famiglia che viveva nella sede di proprietà delle suore Calasanziane, oggi l’associazione si è, invece, strutturata in una onlus. L’arcipelago si è quindi allargato alle case Accoglienza A e B e alle case Maria Teresa A e B, per ospitare circa 40 tra adulti e bambini. Il nido d’infanzia poi è aperto al quartiere perché i figli delle ospiti si integrino con gli altri. «Spesso è proprio la burocrazia a frenarci – racconta Francesca Magna, segretaria di direzione –: possiamo accogliere la madre con un solo figlio, seguendo le disposizioni del tribunale, che manda qui solo i casi più difficili perché le risorse dedicate al servizio sociale sono sempre meno». Capita quindi che le donne che arrivano al centro abbiano altri figli, collocati magari in altre comunità.


Burocrazia da battere

Contro questa burocrazia si scontrano soprattutto i volontari della prima ora, abituati, come si faceva un tempo, a dare una mano a chiunque, davvero chiunque, bussasse a quella porta. Oggi quello del volontariato è diventato a tutti gli effetti un settore produttivo, il cosiddetto terzo settore, ed è così soggetto a regole più stringenti. Nel passaggio ad organizzazione senza fine di lucro però c’è un punto a cui Francesca tiene ed è quasi diventato un vanto: «La professionalità dei nostri operatori. Si tratta di una ventina di laureati, abituati al lavoro più difficile: andare oltre l’assistenza e lavorare per rendere indipendente la madre». A fianco a loro una galassia di almeno 50 volontari. «Assecondare le richieste sarebbe più semplice – specifica Isabella Rella, responsabile del centro –, ma noi puntiamo al minor tempo di permanenza possibile, non superando mai l’anno e mezzo. Per questo è importante inserire le donne nel contesto del quartiere mostrando loro dove si trovano i consultori, i pediatri, le scuole e gli altri servizi». Così hanno fatto con Mina (nome di fantasia ndr): «Una donna pachistana che aveva ancora sul petto il segno di un ferro da stiro: era stato il marito a farle del male in quel modo –, ricorda Isabella –. Dopo la permanenza è tornata nella casa coniugale: bisogna saper rispettare la loro cultura. In quel caso fu il fratello, un importante medico in Svizzera a far convocare qui tutti gli imam e i saggi della comunità pakistana per far promettere a quell’uomo violento che non le avrebbe fatto più del male». Il problema di integrazione tra culture si riscontra anche nella vita quotidiana, fatta di pranzi e cene consumati nei luoghi comuni sempre con la supervisione di un educatore, anche di notte. «Ci sono le donne sudamericane abituate ad allattare fino a due anni e le ragazze dell’est che abbandonano la pratica dopo pochi mesi; le africane abituate a portare i bambini in braccio legati con fasce e le italiane più propense al girello». Differenze che gli operatori devono rispettare perché bisogna lavorare con l’adulto per il benessere del bambino senza sostituirsi alla madre.


Rette troppo basse

Negli anni i progetti del Centro di Accoglienza Smbrosiano sono stati adattati ai cambiamenti della storia: «Quarant’anni anni fa aiutavamo le ragazze madri, poi abbiamo accolto profughe o straniere arrivate in condizioni di povertà», ricorda Francesca. Quello che non è cambiato è invece la retta fornita dalla convenzione col Comune: «Sempre 89 euro al giorno per madre e bambino: è ferma dal 1998 – denuncia l’operatrice – senza l’aiuto del Banco alimentare non potremmo garantire il servizio minimo». Lo scopo rimane quello di rendere queste donne indipendenti e di fare sì che si aiutino tra loro.

 
 

 

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