Scarp Aprile
Rei, speriamo non sia un’incompiuta

Il Rei è una misura a vocazione universale. Ma sarà inizialmente riservato a una parte dei poveri assoluti, che la norma individua con criteri molto simili a quelli del Sia: nuclei con minori o con figli gravemente disabili o donne in gravidanza, oppure con almeno un 55enne disoccupato.

di Francesco Marsico

Da qualche settimana l’Italia ha finalmente una legge che si occupa di povertà. Ma è solo l’inizio di un percorso che sarà necessariamente lungo e complesso. Il 9 marzo scorso, infatti, il Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge delega sul contrasto della povertà, senza modifiche rispetto al testo già passato alla Camera nel luglio 2016. La legge introduce una misura nazionale di contrasto della povertà assoluta, denominata Rei, cioè Reddito di inclusione, che consiste in un trasferimento monetario riservato alle famiglie con Isee molto basso, insieme a forme di presa in carico da parte dei servizi territoriali. Ormai è dunque certo: il Reddito di inclusione sarà una misura che dovrà essere garantita in ogni regione, a ogni cittadino che si trovi in determinate condizioni di povertà. Potrà essere erogata anche alle famiglie straniere, purché con un requisito minimo di residenza in Italia. La misura dovrà essere resa progressivamente universale, vale a dire non riservata a specifiche categorie, ma subordinata alla verifica dei mezzi economici, da effettuarsi sulla base dell’Isee. E sarà erogata sulla base di condizionalità connesse all’impegno, da parte del soggetto interessato, a rispettare un progetto personalizzato di reinserimento sociale e lavorativo, che sarà predisposto dalla rete dei servizi sociali territoriali. Il reddito di inclusione assorbirà il Sia (Sostegno per l’inclusione attiva), entrato in vigore a settembre 2016, riservato solo alle famiglie con minori o con figli disabili, anche adulti, o donne in gravidanza. Il Rei dovrebbe assorbire anche altre misure destinate al contrasto alla povertà, come la carta acquisti ordinaria o l’assegno per le famiglie con almeno tre minori, in tempi ragionevolmente non brevi.


Circa 2 miliardi dal 2018

Il Rei è, quindi, una misura a vocazione universale. Ma sarà inizialmente riservato a una parte dei poveri assoluti, che la norma approvata individua con criteri molto simili a quelli del Sia: nuclei con minori o con figli gravemente disabili o donne in gravidanza, oppure con almeno un 55enne disoccupato. Il finanziamento rappresenta inoltre un altro vincolo significativo: dal 2018 il Rei avrà una dotazione di risorse di circa 2 miliardi di euro, non sufficiente per raggiungere tutte le famiglie in povertà assoluta. La graduale estensione dell’area dei beneficiari sarà condizionata dall’effettivo aumento delle risorse a disposizione. Per vedere l’effettivo avvio della misura si dovrà attendere il decreto attuativo che tradurrà in concreto le indicazioni della norma, ma già sin d’ora appaiono chiare le sue virtù e i suoi limiti. Il valore del Rei è rappresentato dall’avvio di un processo che nei prossimi anni potrà portare il nostro Paese ad avere una misura universale di contrasto alla povertà, con un mix di sostegno al reddito e presa in carico dei destinatari. Questo processo è reso però complicato dai cosiddetti “differenziali regionali”: buona parte delle regioni del sud ha contemporaneamente servizi territoriali più deboli e una maggiore percentuale di famiglie povere. Senza un finanziamento dei servizi, si rischia dunque di avere una riforma zoppa. D’altro canto la prospettiva universalistica va resa concreta attraverso un finanziamento via via maggiore, tale da coprire il target di povertà assoluta, oggi a quota 4,6 milioni di persone. Partire gradualmente può essere più efficace, per abilitare i servizi a nuove forme di presa in carico e per rafforzarli se carenti. Ma la prospettiva deve essere indicata. In questo senso, si è in attesa di un piano nazionale di contrasto alla povertà, che potrebbe definire le prospettive anche finanziarie di una azione resa necessaria dal disagio sociale generato da anni di crisi economica, costruendo un programma di lavoro pluriennale e verificabile. In altri termini: la legge delega è un primo passo importante, forse storico, di un percorso che deve essere graduale, ma chiaro nel definire tempi, priorità e risorse, al fine di consentire un grande investimento collettivo, che renda possibile la realizzazione della legge delega. Per evitare un’altra incompiuta, da collocare nella sconsolante e affollata galleria delle riforme a metà.