Scarp Aprile
Bambini che hanno fame

In Italia il 5,6 per cento dei minori non consuma neppure un pasto proteico adeguato al giorno perché vivono in una famiglia povera e, quindi, non possono permettersi la mensa scolastica. Un “servizio pubblico a domanda individuale”. Questo significa che l’ente pubblico non deve garantirlo per obbligo istituzionale. Pertanto ogni amministrazione comunale può decidere se e come organizzare il servizio mensa. Con grandissime disparità di trattamento da comune a comune. Viaggio tra i forzati della schiscetta, obbligati per ordinanza a digiunare.

di Daniela Palumbo

Il 10% dei bambini nel nostro Paese sono poveri. Ovvero, un bambino su dieci rispetto al numero della popolazione dei minori in Italia. Il che vuol dire che un bambino su dieci non può accedere ai servizi fondamentali per la sopravvivenza, come l’alimentazione. E non ha uno standard di vita accettabile. Basta guardare. Non sono così lontani. Ci sono bambini che fanno un solo pasto completo al giorno, quello delle mense scolastiche. Ci sono bambini che non possono comprare giocattoli, non vanno in vacanza, non possono acquistare materiale scolastico. A raccontare la situazione dei minori italiani è il nono rapporto di monitoraggio della convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza presentato dal Gruppo Crc (una rete di organizzazioni no profit di cui fa parte anche Caritas Italiana). Il rapporto esce annualmente e viene redatto da 134 operatori dei 91 soggetti partecipanti al network sui diritti dell’infanzia. Oltre 200 pagine in cui vengono analizzati tutti gli aspetti della vita dei minori che risiedono in Italia: i diritti del pianeta infanzia sono monitorati nel rapporto secondo gli standard internazionali. «Riguardo al diritto di un bambino di vivere in una condizione di non povertà e di non esclusione sociale, l’Italia deve fare ancora molta strada – afferma Diego Cipriani di Caritas Italiana, che ha seguito da vicino il rapporto Crc –. Secondo l’Istat, nel 2014 i minori in condizioni di povertà assoluta erano 1 milione 45 mila, una quota che, sebbene stabile negli ultimissimi anni, resta un macigno sul futuro dell’intero Paese».


Famiglie numerose in crisi

I dati sull’incidenza della povertà assoluta riferiti all’ampiezza, alla tipologia familiare e al numero di figli minori dicono che il disagio economico è più diffuso se all’interno della famiglia è presente un numero crescente di figli minorenni: il dato più alto, infatti, si registra nel caso in cui la famiglia è composta da 5 o più persone (16,4%), se la coppia ha 3 o più figli (16%) e se questi sono minori (18,6%). Non va meglio se si guarda alle stime della povertà relativa. Quest’ultima esprime la difficoltà economica nella fruizione di beni e servizi da parte di una persona, in rapporto al livello economico medio di vita in una determinata area geografica. Se nel 2013 l’incidenza della povertà relativa, per le persone di età inferiore ai 18 anni, era del 17,5%, nel 2014 è schizzata al 19%: quasi 2 milioni di bambini. «L’Italia resta un Paese a due velocità – dice Cipriani –: le regioni del sud hanno una soglia di povertà assoluta maggiore, le più povere sono risultate Calabria, Basilicata e Sicilia. Inoltre, se per le coppie con tre o più figli l’incidenza di povertà è al 27,7%, al sud si alza al 35,5%. Anche in questo caso, la situazione peggiora se all’interno della famiglia sono presenti figli minori».


Paese a due velocità

Le cattive notizie sono confermate dal confronto con il resto dell’Unione europea. L’Eurostat (l’Ufficio statistico della Comunità Europea) ha stimato che nel 2014 il 31,9% tra i minori (0-16enni) era a rischio povertà ed esclusione sociale: più 4,5 punti rispetto al corrispondente valore europeo. «Fino al 2016 eravamo l’unico Paese europeo a non avere una misura di contrasto alla povertà. Nella legge di Stabilità per la prima volta è stato istituito il Fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale per garantire l’attuazione di un piano nazionale utile a combattere la povertà. Non era specifico per la povertà minorile – conclude Cipriani – ma almeno era pensato per agire sulle famiglie e avrebbe inciso in qualche modo sui bambini. Il Parlamento ha appena approvato una prima misura del reddito di inclusione. Un primo importante passo per cercare di contrastare la povertà. Ora dobbiamo solo attendere che il Governo emani i decreti per vederlo attuare sul territorio nazionale e capire come potrà incidere sulle 250-300 mila famiglie che, si calcola, saranno raggiunte». Anche in questo caso non si tratta di un misura pensata ad hoc per i minori ma il conteggio del reddito Isee previsto dalla misura, in qualche maniera, permetterà di favorire le famiglie numerose rispetto alle altre. Insomma, sembra che in molte zone del nostro Paese i bambini possono continuare ad aspettare. Nel nostro Paese – dati Istat del 2015 – tra il 2005 e il 2015 si è passati dal 14,1% al 13,8% della popolazione 0-14 anni. Nello stesso periodo, la popolazione over 65, è passata dal 19,5% al 21,7 per cento.

 
 

 

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