Scarp Agosto-Settembre
Terremoto: viaggio tra chi resiste.

Un anno dopo il terribile sisma che ha colpito il centro Italia siamo andati a vedere la situazione. Nonostante i ritardi nella ricostruzione dovuti alla burocrazia le persone tengono duro e cercano di andare avanti. Anche grazie agli aiuti che Caritas Italiana ha raccolto tramite gemellaggi con altre Diocesi e subito attivati. Non solo per la ricostruzione ma anche per sostenere attività economiche. Monsignor Pompili, vescovo di Rieti: «Non lasciateci soli. La nostra gente si merita un futuro». Il commissario Errani: «Al centro dei nostri interessi ci sono famiglie e persone».

di Francesco Chiavarini

Nel cuore dell’Italia il tempo si è fermato. Ad un anno dal terremoto, nei 131 Comuni del cratere, i centri storici restano transennati, i calcinacci sono ancora agli angoli delle strade, rarissime sono le casette per gli sfollati, dei cantieri per la ricostruzione non si scorge alcuna traccia. È come se un demone si fosse impossessato di questi splendidi borghi, emblema del Bel Paese, e li avesse bloccati in un eterno presente. Questo demone ha un nome. Si chiama burocrazia. I sindaci lamentano procedure farraginose, troppi enti cui dare retta per ottenere i nulla osta, un’infinità di regole e cavilli da rispettare. La sindrome da carta bollata ha fiaccato gli sforzi per rialzarsi al punto che il 92% delle macerie non è stato ancora rimosso e su 3.620 prefabbricati richiesti ne sono stati consegnati appena 296 (l’8%). In questo quadro deprimente, le poche opere realizzate spesso sono quelle finanziate dalle Caritas. Merito di una presenza costante sul territorio, garantita da operatori e volontari accorsi già durante la fase di emergenza e rimasti oltre e da un’opera accorta di mediazione che ha saputo, quando era necessario, porre davanti alla pretese dei timbri, le esigenze della gente. A Roma, negli uffici di Caritas Italiana, sono prudenti e preferiscono evitare toni trionfalistici, perché di problemi ne hanno avuti tanti anche loro e non tutto è filato liscio. Ma i numeri dicono che la rete fra le diocesi, tutto sommato, ha tenuto e ha saputo dare risposte pure in un contesto complicato e senza precedenti per la vastità del territorio coinvolto. «Dei 25,6 milioni, raccolti grazie alle generosa risposta dei fedeli alla colletta nazionale e al contributo diretto della Conferenza episcopale italiana, 10 milioni li abbiamo già spesi o comunque impegnati. Ad oggi possiamo dire che un terzo dei progetti preventivati è stato già completato o è in fase di ultimazione» – sottolinea don Andrea La Regina, responsabile di Caritas Italiana per i macro progetti sul terremoto.


Risposta immediata

Come nei terremoti in Umbria nel ’97 e all’Aquila nel 2009, la solidarietà tra le Chiese è avvenuta attraverso i gemellaggi. Ognuna delle 11 diocesi colpite è stata affidata a una o più delegazioni regionali (i coordinamenti regionali delle Caritas diocesane) che hanno inviato sul posto risorse economiche e uomini: complessivamente un centinaio di operatori residenti e qualche migliaia di volontari che si sono avvicendati a turno. Dopo la risposta ai bisogni più immediati, si è passati alla realizzazione delle strutture. Le più impegnative sono state i centri polifunzionali pensati per accogliere le attività della comunità, i fedeli per la messa, i bambini per il doposcuola e per lo sport. Grandi opere in acciaio e legno, interventi permanenti, curati anche sotto il profilo architettonico, proprio perché destinati a rimanere sul territorio, anche quando la fase di ricostruzione sarà terminata. Dei cinque principali previsti, uno, quello di Norcia, (270 metri quadri per un investimento di 450 mila euro) è stato inaugurato e benedetto dal neo presidente della Cei, l’arcivescovo di Perugia, il cardinale Gualtiero Bassetti, il 16 giugno. Gli altri (Cascia, Avendita, Tolentino, Arquata del Tronto) sono dei cantieri, alcuni già in stato avanzato.


Un Paese complicato

«Certo, avremmo potuto fare tutto più velocemente, ma l’Italia è un paese complicato – allarga le braccia don Andrea –. Per ognuna di queste opere va chiesta l’autorizzazione al Comune. Ottenuto l’ok dal sindaco, bisogna farsi accreditare dalla Regione. Se poi è necessario un cambio di destinazione d’uso entrano in campo anche le Province e, in territori protetti come questi capita spesso di doversi confrontare anche con qualche Parco regionale. Poi bisogna fare la gara d’appalto e solo dopo aggiudicare i lavori che per opere come queste durano dai 4 ai 6 mesi. Sono i tempi normali della burocrazia del nostro Paese, ma in una fase di emergenza, come è quella di un terremoto, rischiano di essere intollerabili per i cittadini». Emblematico il caso di Amatrice. Le casette prefabbricate per gli sfollati promesse dal Governo sono arrivate solo a marzo. Ma prima di Natale a 6 famiglie in difficoltà sono stati consegnati i moduli abitativi provvisori donati dalle Caritas lombarde. «Quelle persone, per la loro particolare situazione, non avrebbero potuto passare l’inverno in roulotte né si sarebbero potute allontanare dal paese, scegliendo di trasferirsi sulla costa come era stato proposto. Abbiamo parlato con lontanare dal paese, scegliendo di trasferirsi sulla costa come era stato proposto. Abbiamo parlato con il sindaco e siamo giunti ad un accordo, optando per una collocazione temporanea che ci ha permesso di far prevalere il buon senso», spiega La Regina. Nel frattempo sono iniziate anche le prime erogazioni a fondo perduto per le attività economiche, forse l’intervento più strategico per il futuro di queste terre. «Le diocesi colpite dal terremoto esaminano le proposte, Caritas Italiana le valuta e approva il contributo attingendo a quanto è stato raccolto con la colletta nazionale», sottolinea don Andrea. Finora sono stati aiutati un parrucchiere, un bar e un caseificio. In futuro si vorrebbe puntare anche su altro. Ad esempio su start up che sappiano abbinare nuove tecnologie alle eccellenze agro-alimentari tipiche. Con l’ambizione di attirare i giovani e frenare uno spopolamento che in realtà era in corso da molto tempo. «L’economia di questo territorio – ragiona don Andrea – si reggeva su un equilibrio delicato dato da un mix di agricoltura e allevamento, industria di trasformazione, turismo fatto in buona parte da villeggianti che avevano qui la seconda casa. Ora questo particolare mix, che era già stato in parte compromesso dalla crisi economica, non c’è più. Se vogliamo garantire un futuro a queste terre, dobbiamo aiutarle a trovare una nuova vocazione. Certamente la ricostruzione è obbligatoria. Ma dobbiamo far ripartire anche le attività. Per questo prima dei mattoni, servono idee nuove. Altrimenti avremo forse le case, ma non gli abitanti che ci andranno a vivere».

 
 

 

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