Scarp Agosto-Settembre
Rugby in carrozzina, sport da duri

È un’opportunità per coinvolgere disabilità più gravi rispetto a quelle che siamo abituati a vedere su altri campi. Ragazzi e ragazze che pensano che la loro vita sia finita: è molto difficile farli salire su una carrozzina da gioco, perché pensano di essere fragili e non adatti a uno sport fisico come il rugby; quando provano, non vorrebbero più smettere.

di Alberto Rizzardi

Un formidabile alleato per (ri)prendere in mano la propria vita a 360° e un saggio consigliere per una diversa e migliore percezione da parte dell’opinione pubblica: lo sport ha un incredibile valore in tema di disabilità. Qualcosa, certo, resta da fare, ma moltissimo è stato compiuto negli ultimi anni, grazie anche a figure come Alex Zanardi e Bebe Vio. I nomi sono, in realtà, tantissimi, da Oney Tapia a Giusy Versace, da Martina Caironi a Nicole Orlando, passando per Daniele Cassioli e Assunta Legnante, che vince anche tra i normodotati: storie, età, provenienze diverse, ma la stessa volontà di non arrendersi al destino e provare ad aggiungere nuovi capitoli al romanzo della loro vita, partendo proprio dallo sport. Le discipline, leggi anche opportunità, oggi sono tante, alcune anche sorprendenti: alzi la mano, per esempio, chi assocerebbe il rugby, sport di contatto per eccellenza, a una carrozzina. Eppure il wheelchair rugby ha una storia lunga alle spalle. Nata in Canada a fine anni Settanta come alternativa alla pallacanestro in carrozzina per coinvolgere disabilità più gravi, come la tetraplegia, a metà anni Novanta la disciplina è stata ufficialmente riconosciuta a livello internazionale e nel 2000, quattro anni dopo l’apparizione ad Atlanta come sport dimostrativo, ha debuttato ai Giochi Paralimpici di Sydney. Oggi il rugby in carrozzina è praticato in ventotto Paesi del mondo da circa tremila atleti. Essendo nato dal basket, da esso il wheelchair rugby mutua molte regole (anche il campo è lo stesso), ma l’obiettivo è fare il maggior numero di mete possibile: si gioca 4 contro 4, maschi e femmine insieme, in quattro tempi da otto minuti, con punteggi diversi in base alla disabilità del giocatore. Anche le carrozzine sono particolari: più incavate, con dispositivi anti ribaltamento e placche metalliche a proteggere le ruote; quelle da difesa hanno un rostro anteriore per agganciare/bloccare quelle d’attacco, le quali, invece, sono dotate di una specie di paraurti arrotondato, perché, sì, le regole saranno pur state adattate, ma i tratti distintivi del rugby tradizionale restano: contatti, spintoni e cadute da un parte, integrazione e fair play dall’altra.


Sport molto fisico

«È uno sport molto fisico e d’impatto, spettacolare da vedere e capace di regalare grandi emozioni» conferma Roberto Convito, allenatore in seconda della Nazionale italiana. Le opportunità per assistere a una partita nel nostro Paese, dove la disciplina ha fatto capolino una decina d’anni fa, stanno aumentando: a maggio a Cassina de’ Pecchi, nel Milanese, è partita la terza edizione del campionato italiano. Sei le squadre al via: i bi-campioni d’Italia del Padova Rugby, i Mastini Cangrandi Verona, la Polisportiva Milanese, l’H81 4 Cats Vicenza, l’Ares Centurioni Wheelchair Rugby di Roma e i Romanes Wheelchair Rugby, il primo club della Capitale, nato nel 2011 per promuovere il rugby in carrozzina. Ogni squadra è un capitolo a sé, ma i tratti comuni non mancano, come il sudore e i sorrisi negli allenamenti, le difficoltà logistiche ma anche le gioie delle trasferte. In campo, poche chiacchiere, si va per vincere: come sempre, com’è giusto. La vittoria, però, può arrivare anche in caso di sconfitta, quando si riesce a far evadere una persona dalla reclusione delle mura domestiche, offrendo un momento di svago e impegno, che è scintilla di vita. «È un’opportunità per coinvolgere disabilità più gravi rispetto a quelle che siamo abituati a vedere su altri campi o sulle piste d’atletica – ribadisce Convito –. Si parla di ragazzi e ragazze che pensano che la loro vita sia praticamente finita: è molto difficile convincerli a uscire da casa e farli salire su una carrozzina da gioco, perché pensano di essere fragili e non adatti allo sport, specie a uno molto fisico come il rugby; in realtà, poi, quando provano, non vorrebbero più uscire dal campo».


Riguadagnare autonomia

I vantaggi? Tanti: s’indirizzano, intanto, i pensieri a qualcosa di positivo, si acquisiscono più forza e resistenza, ci si sente parte di qualcosa (nel rugby c’è un ruolo per ciascuno, ma non esistono individualità, a vincere è solo il collettivo) e lentamente si riguadagnano pezzi di autonomia perduta nella vita di tutti i giorni. Uno sport, insomma, che fa bene a più livelli e non è un caso che si stia diffondendo sempre più. «Le adesioni aumentano – conclude Convito –. Stanno nascendo anche nuove squadre e tante persone, giovani e non, vogliono provare a mettersi in gioco. Stiamo girando l’Italia per far conoscere questo sport e far crescere il movimento». Ora serve l’assist decisivo delle istituzioni, con il contributo magari di qualche sponsor e dei media, per lo sprint finale, consentendo a questi ragazzi di fare meta, in campo e nella vita.

 
 

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

* Copy This Password *

* Type Or Paste Password Here *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>