Scarp Agosto-Settembre
Museo dei diari, memoria di piccole cose.

Il premio Pieve è la fonte principale di arrivo di manoscritti. Su oltre 7.500 diari, ben 4.500 sono arrivati con il concorso. All’interno della categoria diario vengono accettate tutte le tipologie autobiografiche: mail, lettere, cartoline, autobiografia classica e memorie.

di Daniela Palumbo

È uno dei più piccoli paesi di questa Italia – neppure tremila anime – a custodire la memoria di un popolo, la Storia di una Nazione, attraverso le voci di persone comuni. Si chiama Pieve Santo Stefano, è in provincia di Arezzo, in quella Toscana ricolma di tesori culturali che tutto il mondo ci invidia. A Pieve Santo Stefano quella bellezza la portarono via tanti anni fa. Era il 1944 e i tedeschi battevano in ritirata. Il territorio di Pieve era strategico per i nazisti. Situato al confine con la Romagna, sul filo di quella linea gotica difensiva, fortificata dai tedeschi nel tentativo di rallentare l’avanzata degli Alleati verso il Nord del Paese. Per questo, Pieve fu evacuata per volere del feldmaresciallo Albert Kesselring, e poi riempita di mine e fatta saltare. Esseri umani e cose furono distrutti. Sì, Pieve fu ricostruita. Ma era ormai un’altra cosa. Lo sfregio si era compiuto. La memoria era distrutta. «Quando Saverio Tutino, il giornalista e scrittore milanese arrivò a Pieve e chiese di fondare qui l’archivio dei diari delle persone comuni, gli fu subito risposto con entusiasmo che sì, Pieve era il posto giusto. Perché insediare un luogo del ricordo proprio lì dove avevano barbaramente cancellato ogni memoria delle origini, apparì come il giusto risarcimento che la storia stava offrendo a Pieve dopo la ferita dei nazisti. E così nacque qui, nel 1984, 40 anni dopo lo scempio, il Museo dei Diari dei semplici. Di chi, come ripeteva sempre Tutino, non aveva voce». A raccontare la nascita di questo gioiello della Memoria collettiva, è Natalia Cangi, organizzativa dell’Archivio Diaristico Nazionale e curatrice del museo.


Contributi da tutta Italia

«Lo stesso Tutino aveva scritto un’autobiografia e tutta la sua famiglia si era cimentata con la scrittura – spiega Natalia Cangi –. Qui a Pieve conserviamo il diario del padre di Saverio, va dal 1943 al ’45. La prospettiva è quella di un intellettuale sessantenne che vive a Milano, all’epoca della stesura, e racconta alcuni momenti di quegli anni che fanno parte della storia di tutti. La madre era una crocerossina nella prima guerra mondiale e aveva anche lei un diario; lo zio era un famoso alpinista e anche lui scriveva le sue memorie. Ecco dove nasce l’urgenza di Saverio di dare una casa alle storie delle persone comuni. Lui sa che dentro i diari si cela la storia di un popolo». È sempre Saverio Tutino che si interroga su come arrivare al cuore delle persone e far sì che tutti contribuiscano all’archivio. «Èlui che ha pensato al premio Pieve che nasce con l’archivio e che ancora oggi è un grande avvenimento. Quest’anno sarà dal 14 al 17 settembre. Il concorso premia i diari più belli, ma non da un punto di vista di qualità letteraria – spiega la direttrice del Museo –, bensì per il valore storico e l’originalità. Ancora oggi il premio è la nostra fonte principale di arrivo di manoscritti. Su oltre 7.500 diari, ben 4.500 sono arrivati con il concorso. All’interno della categoria diario noi accettiamo tutte le tipologie autobiografiche. Mail, lettere, cartoline, autobiografia classica, memorie. E c’è un segmento dedicato a coloro che vogliono custodire le loro memorie, ma non vogliono partecipare al premio».


Donazioni anonime

Molti diari arrivano per posta. Ma tantissimi giungono con la modalità che qui a Pieve preferiscono. Quel meraviglioso pellegrinaggio di chi arriva e consegna in mani sicure il proprio manoscritto. O quello di un parente. Di un amico. Di un padre. O di sconosciuti. «Ultimamente una signora è venuta a consegnarci il diario di una ragazza vissuta nel primo Novecento ma di cui non sappiamo nulla. Il diario è stato trovato in un cassettino di un mobile antico che la signora aveva acquistato usato. La ragazza scrive un po’ in italiano e, soprattutto la parte segreta, in francese. Aveva un amore, forse clandestino. Abbiamo molti misteri nei nostri diari». Non sempre sono misteri sereni. Ci sono infatti anche i diari che arrivano con uno pseudonimo. «Spesso –conclude Natalia Cangi – lo pseudonimo nasconde problematiche tragiche. Violenze, abusi. Chi decide di donarci il suo scritto con uno pseudonimo, lo può fare, ma l’Archivio dei Diari deve sapere il nome vero della persona. Poi non lo divulgherà se ci sono motivazioni che espongono a pericoli il donatore. Però solo a questa condizione lo rendiamo pubblico».

 
 

 

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