Scarp Agosto-Settembre
Massimiliano, l’avvocato dei poveri

Facciamo in modo che i nostri assistiti possano reintegrarsi nella società. Per noi non sono un problema giuridico da risolvere, cerchiamo di recuperare la persona nella sua totalità.

di Marta Zanella

Tutto nacque da una crisi durante l’università. Chissà a quanti capita: macinare libri chiedendosi se è davvero quello che si vuol fare per tutta la vita. Massimiliano, durante i suoi studi in giurisprudenza, stava per mollare tutto, ma poi qualcosa gli è scattato dentro: se è vero che la professione di un medico è tanto nobile perché salva vite umane, anche quella di un avvocato può esserlo altrettanto. Non avrebbe salvato vite umane, ma avrebbe potuto migliorare quelle di tante persone che non stavano bene, questo sì. È così che ha inizio la storia di Massimiliano Arena (nella foto a lato) foggiano, oggi 46 enne titolare di un proprio studio legale, ma famoso per l’altra sua attività, quella di avvocato di strada che da 13 anni accompagna legalmente, e non solo, senza dimora, migranti, braccianti vittime del caporalato e persone senza diritti. Nel 2005, in un piccolo locale a 50 metri dall’ingresso della stazione ferroviaria di Foggia, Massimiliano ha aperto uno sportello di avvocati di strada, filiale della onlus Avvocato di strada nata a Bologna cinque anni prima.


Centinaia di consulti

Di persone, in quel locale, ne sono passate a centinaia, e di vite ne hanno cambiate molte. Massimiliano, che per i primi cinque anni ha lavorato praticamente da solo, nel 2010 si è preso un anno sabbatico per un’esperienza con il Mato Grosso in Bolivia e, quando è tornato, ha scoperto che il suo collega e amico Claudio De Martino aveva portato avanti l’attività in sua assenza con una nuova squadra di colleghi che lo avevano affiancato, molto determinati a difendere i diritti dei dimenticati. Oggi sono in quindici, in prevalenza avvocati donne, e sono supportati da ragazzi in servizio civile e altri volontari. Per regola, nessuno degli avvocati può prendere incarichi dalle persone conosciute allo sportello, per cui lavorano esclusivamente gratis. Ed è così che assistono ogni anno dalle 350 alle 500 persone. In media due su tre sono migranti, una percentuale che aumenta in estate, nel periodo della raccolta del pomodoro, e per il resto italiani che finiscono a vivere per strada perché perdono il lavoro o la casa, o per una dipendenza da alcool o da azzardo. «Noi lavoriamo innanzitutto sul lato giudiziario, quindi li iscriviamo nelle liste per una casa popolare, facciamo in modo che ottengano un sussidio o una pensione a cui possono aver diritto, o che abbiano la tessera sanitaria aggiornata – spiega Arena –. Ma soprattutto, grazie alla rete che abbiamo intessuto con le associazioni che si occupano di povertà e senza dimora, facciamo in modo che possano reintegrarsi nella società. Per noi non sono un problema giuridico da risolvere, cerchiamo di recuperare la persona nella sua totalità». Il fascicolo di Antonio l’hanno chiuso da poco. Ma Antonio non è mai stato un fascicolo: è un uomo che aveva perso tutto e che oggi ha ricominciato una vita serena. Lui era uno chef, uno di quelli che fanno le comparsate a spadellare in tv, ma i casi della vita l’hanno trascinato in strada: l’ex compagna è sparita coi suoi soldi e lui è finito in carcere per una rissa legata proprio a quella vicenda. Quando è uscito non aveva una casa né una famiglia ed è finito a dormire alla stazione di Foggia. Lì l’hanno incontrato i volontari dell’associazione Fratelli della stazione che lavorano a favore dei senza dimora e in stretto contatto con i vicini avvocati. Antonio, grazie al supporto degli avvocati, ha potuto accedere a un sussidio sociale, riscuotere una piccola eredità dei genitori e sta anche ricominciando a lavorare. Un’altra associazione lo ha aiutato a trovare una casa dove oggi vive con Liliana, la sua nuova compagna, conosciuta nella sala d’attesa della stazione in cui dormivano entrambi: un’amicizia nata dalla povertà e dal gesto semplice e solidale di condividere le coperte.


Al servizio di tutti

«Noi partiamo dalla situazione giudiziaria per arrivare a incidere su tutta la vita delle persone. Lo possiamo fare anche grazie alle buone relazioni che abbiamo costruito negli anni con sindacati e associazioni del territorio. E anche con le forze dell’ordine. Siamo a 30 metri dagli uffici della Polizia ferroviaria: loro sono i nostri angeli custodi, sono un deterrente per situazioni spiacevoli che possono accadere quando qualcuno ha bevuto troppo o non c’è tanto con la testa – racconta ancora Massimiliano – dall’altra parte loro sanno che possono rivolgersi a noi quando trovano sui binari qualche senza dimora che ha bisogno di aiuto». Anche i cittadini vedono di buon occhio gli avvocati. Il quartiere ferrovia, a Foggia, è una zona a alta presenza di povertà e marginalità «ma io credo di vivere in una città solidale, che proprio perché conosce la povertà sa riconoscere quella altrui. Nessuno ha mai avuto da ridire su di noi, anzi, ci vedono come un cuscinetto che fa da argine tra la marginalità e quella che poi sfocia in microcriminalità».


Dai pomodori all’officina

C’è chi si rivolge a loro perché, dopo una vita spesa a lavorare per gli italiani, vorrebbe essere finalmente messo in regola. Boubacar ha 52 anni, vive in Italia da 18 e lavora come bracciante nei campi pugliesi. Solo che non ha mai avuto un permesso di soggiorno. «Noi come avvocati abbiamo il dovere di dire la verità, e la verità è che quest’uomo non aveva alcuna possibilità di ottenere una regolarizzazione», spiega Arena. Questo, però, non li ha fermati. Hanno consultato altre realtà sociali con cui lavorano e per Boubacar sono riusciti a trovare un’altra strada, ovviamente legale e più che dignitosa. «Lui è molto bravo a riparare le vecchie automobili e qui è diventato il meccanico di riferimento di molti suoi connazionali che fanno gli ambulanti. Grazie all’Oim, l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, lo abbiamo quindi aiutato a prendere una licenza da meccanico valida anche in Senegal, dove gli sarebbe piaciuto tornare a vivere ma non aveva il coraggio di farlo senza avere niente in mano. È ripartito con i fondi necessari ad aprire la sua officina a Dakar. Con i soldi di un rimpatrio forzato si possono fare progetti alternativi molto più efficaci. Boubacar è tornato a casa da imprenditore, da vincente. Se proprio vogliamo parlare di aiutarli a casa loro, ecco, questo è un modo».

 
 

 

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