Scarp Agosto-Settembre
La scuola senza cattedra

Fare scuola fuori da scuola. Questa la ricetta che moltissime realtà portano avanti nei quartieri popolari delle grandi città, in carcere ma anche nei campi rom o tra le casupole semidiroccate in cui vivono i figli dei braccianti che lavorano nelle serre siciliane. Obiettivo comune: offrire una seconda chance e sostegno a chi è stato visto dalla scuola come un corpo estraneo. Marco Rossi Doria: «Il maestro di strada è un metodo, significa accompagnare chi vuole crescere e mettersi dalla sua parte, non di fronte a lui». Per alcuni di questi ragazzi accettare il confronto significa mettersi alla prova. E tanti scoprono che ce la possono fare.

di Daniela Palumbo

Dieci per cento. Questo è il tasso massimo di dispersione scolastica stabilito dalla cosidetta strategia di Lisbona, o Europa 2020, il programma dell’Ue per la crescita e l’occupazione per il decennio in corso. L’idea è semplice: chi è istruito ha meno probabilità di restare povero e disoccupato, e più probabilità di diventare un cittadino consapevole. Gli Early School Leavers sono quei ragazzi fra i 15 e i 24 anni che abbandonano gli studi prima del raggiungimento dell’obbligo scolastico (16 anni in Italia) e spesso restano privi anche della licenza media, oltre che della maturità. L’Italia, nella dispersione, pur avendo avuto una buona ripresa (dieci anni fa era al 20%) resta ferma al 13,8% (fonte Istat). Al Sud l’abbandono è più frequente – Sicilia, Campania e Sardegna sono sopra la media nazionale –, al Nord è più contenuto, ma le criticità si sono anche in Emilia Romagna e Marche, dove si evidenziano le migliori performance. La dispersione ha un costo sociale: ogni anno il Ministero dell’istruzione investe 55 milioni di euro per contrastarla e fino a 60 milioni di euro il terzo settore. In Italia, la difficoltà maggiore a contenere l’abbandono scolastico, è l’incapacità di fare sistema, di attuare piani nazionali dove i modelli efficaci siano replicabili sull’intero territorio. Si procede con iniziative anche lodevoli, ma frammentate, non monitorate. La scuola fuori dalla scuola è una costellazione di associazioni, fondazioni, enti locali, scuole, parrocchie che svolgono un lavoro straordinario, ma con un limite: la mancanza di una regia unica.


Le aule del riscatto

La Scuola della Seconda Opportunità è al quartiere Gratosoglio, periferia sud di Milano. Dalle aule si vedono le torri bianche, i lunghi palazzoni che si sono riempiti di famiglie del sud. Ora ci sono gli emigranti del Sud del mondo, insieme ai primi. Un quartiere difficile, ma ancora vivibile, dove l’abbandono scolastico è frequente. Qui, la fondazione Sicomoro per l’istruzione dal 2001 accompagna giovani fra i 13 e i 17 anni, all’esame della terza media. «E molti di loro proseguono al liceo – racconta don Emanuele Brambilla, direttore del progetto nonché presidente di Sicomoro –. Qualcuno è arrivato alla laurea. E allora realizziamo l’impensabile. Finora ne abbiamo sostenuti oltre 400, al traguardo della terza media. L’esame avviene nella stessa scuola dalla quale l’allievo è fuoriuscito e viene sostenuto con i propri professori. È un momento emotivamente molto delicato. Ma ce la fanno a superarlo, questo è anche un riscatto personale e sociale, che li fa sentire adeguati, meno fragili, meno soli». Don Emanuele insegna due ore a settimana cittadinanza attiva, portando in aula la Costituzione. «Non sono ore richieste dal protocollo formativo, ma per noi sono fondamentali. Qui si lavora molto sulle regole. I ragazzi e le ragazze che arrivano mascherano la propria fragilità diventando aggressivi, eludono le regole, pensando che infrangerle li faccia sentire, e apparire ai coetanei, forti. Noi cominciamo a lavorare proprio da lì, le regole sono severe perché essere qui dentro è una scelta, nessuno è obbligato, e ognuno se ne deve assumere la responsabilità. Così come lo chiediamo alle famiglie, un impegno a seguire il percorso del figlio o della figlia. Non è facile. Nel 90% dei casi si tratta di famiglie monoparentali, di solito c’è solo la madre, ci sono problemi economici e i figli sono poco seguiti. Lasciati a se stessi. Con noi però i genitori firmano un contratto di adesione al percorso del figlio, e devono essere presenti e consapevoli». La onlus milanese, ex Scuola Popolare I care, in media accoglie fra i 20 e i 25 ragazzi l’anno. Le scuole da cui arrivano gli studenti in difficoltà sono 9. Provengono dal bacino sud, fra Gratosoglio e Barona, soprattutto. Ma la fondazione Sicomoro è anche a Monza, e Lodi, in quest’ultima ci sono attualmente 12 studenti.


Alleanza con le scuole

La presa in carico del ragazzo avviene attraverso la segnalazione della scuola grazie a un protocollo di intesa fra la Fondazione e gli istituti scolastici del bacino territoriale dove agisce Sicomoro. «Sono i consigli di classe a segnalare a noi i casi, chiedendoci di prendere in carico uno studente per dargli una seconda opportunità. Altrimenti verrebbe bocciato. Noi cerchiamo di prepararli agli esami, ma anche a un percorso di consapevolezza alla loro vita. Qui al Sicomoro pensiamo che sia inutile farli uscire dalla scuola se non hanno raggiunto gli obiettivi minimi culturali per stare al mondo, che equivale a saper leggere la realtà nella complessità». Due, oltre la scuola, sono le istituzioni con cui dialoga Sicomoro: il Comune di Milano, settore educazione, e la Direzione scolastica regionale, quest’ultima per l’assegnazione delle cattedre. Lo staff è formato da due insegnanti ministeriali e sette figure educative di Sicomoro: il direttore di progetto, tre educatori, un pedagogista, un coordinatore e una psicologa. I fondi arrivano dal Comune e dai privati attraverso la raccolta fondi della Fondazione. Un anno di scuola costa 40 mila euro e i fondi del Comune non bastano. «Recuperarli allo studio vuol dire permettergli l’inclusione nella società. Sono soggetti fragili. Quando arrivano da noi ci dicono: “È inutile, io non valgo niente”. Non si stimano. Non si vogliono bene. Il lavoro più grande è fargli capire che ce la possono fare».

 
 

 

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