Scarp Agosto-Settembre
Il buon doposcuola

A Napoli, in un quartiere come la Sanità, dove la dispersione scolastica arriva al 70%, Educativa territoriale e scuola fanno corpo unico. «I ragazzi – spiega Titti De Marco, educatrice de La Tenda – hanno un diario personale delle attività pomeridiane che i docenti scolastici poi valutano a fine anno. Così, accanto alle materie di studio si valutano anche le competenze altre acquisite»

di Alberto Rizzardi

Tra gli aspetti negativi che caratterizzano la scuola italianadegli ultimiannic’è solo l’imbarazzo della scelta: dalle sempre minori risorse destinate all’istruzione agli edifici che, da nord a sud, cadono a pezzi; dalle grane dei concorsi al precariato e agli stipendi sempre più magri dei docenti, passando per le cosiddette “classi pollaio”, una crescente sfiducia degli studenti e un allargamento della forbice nell’accesso al sapere. Certo, non tutto va male: è, per esempio, aumentata – dati alla mano – la qualità del sapere. Ma c’è un elementoche,tra tutti, è particolarmente inquietante, perché mina il futuro stesso del nostro Paese: il tasso di dispersione scolastica, ovvero il numero di studenti che abbandonano la scuola, aspetto di cui non si parla spesso. Il fenomeno in Italia si sta lentamente riducendo ma èancora ben lontano dall’obiettivo 10% fissato per il 2020: secondo dati Eurostat del 2013, il tasso di abbandono degli studenti italiani tra i 18 e i 24 anni è al 17%, in calo rispetto al 2006(20%) ma ancora sopra la media europea (12%). C’è chi sta peggio, come la Spagna (23,5%), ma ci sono tante realtà dove le cose vanno meglio, Francia (9,7%) e Germania (9,9%) su tutte. In Italia, poi, si assiste a una disaggregazione per generi (la componente femminile degli studenti è molto più avanti dei maschi) e territoriale: la dispersione scolastica continua, infatti, a interessare in maniera più sostenuta il Sud con punte di abbandono del 25,8% in Sardegna, del 25% in Sicilia e di quasi il 22% in Campania. Peraltro, secondo molti, il dato nazionale di Eurostat sarebbe sottostimato: per Tuttoscuola, che ogni anno realizza un dossier sulla dispersione scolastica, si arriverebbe addirittura al 27,3% di abbandoni nella fascia 14-17 anni; secondo l’indagine LOST, realizzata l’anno scorso da WeWorld Intervista, Associazione Bruno Trentin e Fondazione Giovanni Agnelli, ogni anno il 23,8% della popolazione non raggiunge un titolo di scuola secondaria. Insomma, c’è ancora tanto, tantissimo da fare.

Fenomeno ampio e variegato
«Quello della dispersione scolastica – spiega Speranzina Ferraro della Direzione generale per lo studente del ministero dell’Istruzione – è un fenomeno molto variegato su cui da sempre il Miur è impegnato con varie tipologie d’intervento che, però, non costituiscono ancora un sistema unico». Su questo hanno certamente influito i costanti tagli all’istruzione. «Se da un lato la politica di spending review ha comportato una generale riduzione dei finanziamenti, dall’altro l’attenzione al fenomeno della dispersione scolastica non è mai venuta meno negli anni: il Governo Letta varò, per esempio, il Decreto-Legge 104/2013, che prevedeva proprio misure straordinarie d’intervento per 15 milioni di euro per progetti contro la dispersione scolastica. Un’assoluta novità nel panorama italiano perché, coinvolgendo scuole e soggetti del terzo settore, sottolineava l’importanza del fare rete nel territorio per un’azione coordinata». Tanto resta però ancora da fare in questo senso. «L’integrazione è una delle cose più difficili da attuare nel nostro Paese, non solo nella scuola: è importante, a mio avviso, portare alla luce le tante eccellenze che ogni territorio manifesta, non solo le criticità. Occorre poi superare la mancanza di strategicità dell’orientamento, elemento che andrebbe rafforzato perché tra le prime cause della dispersione».

La “ricetta” doposcuola
C’è uno strumento, da anni applicato in Italia in lungo e in largo, che silenziosamente aiuta a contrastare il fenomeno della dispersione scolastica: i doposcuola. Uno strumento variegato, in bilico tra accompagnamento scolastico e sostegno economico-sociale, che non si limita più a far fare ai ragazzi i compiti per il giorno dopo (forse, in verità, non si è mai limitato a questo), ma che è un vero e proprio presidio sul territorio che persegue una pluralità di obiettivi: dalla lotta all’esclusione sociale all’integrazione degli stranieri, dal contrasto al rischio di devianza al sostegno nell’età critica dell’adolescenza passando, in alcuni casi, addirittura per supporto psicologico e sostegno familiare. Partendo dal sostegno scolastico, insomma, si accompagnano e sostengono i giovani nell’affrontare i diversi compiti evolutivi, aiutandoli a superare le difficoltà che incontrano, valorizzandone risorse e competenze utili per il successo formativo e di vita. Impossibile dire con certezza quanti siano i doposcuola in Italia, perché non c’è un censimento ufficiale: il ministero dell’Istruzione non li ha mai contati e non pare interessato a farlo. Accanto a quelli istituzionali ci sono poi migliaia di doposcuola legati al terzo settore, che talora sfuggono alle rilevazioni ufficiali: da quelli organizzati dalle parrocchie e dagli oratori a quelli che negli oratori trovano posto ma sono organizzati da altri soggetti del privato sociale, Caritas in testa. Esperienze bellissime e, spesso rivoluzionarie.