Scarp Agosto-Settembre
Bullismo, emergenza continua

Secondo l’Istat, più del 50% dei ragazzi dagli 11 ai 17 anni riferisce di essere rimasto vittima di un qualche episodio offensivo, non rispettoso o violento. Numeri altissimi: un ragazzo su due. E cresce anche la gravità e il livello di violenza collegati a questi episodi che, complici gli smartphone, diventano virali in pochissimo tempo. Scarp racconta le storie di chi lotta contro il bullismo, lavorando sulla prevenzione. Perché se è vero che si tratta di un fenomeno antico, mai come oggi gli strumenti tecnologici fungono da moltiplicatore.

di Paolo Riva

Titoli sui giornali, servizi nei Tg e ampio spazio in rete, con gli episodi che si susseguono, sempre più gravi e sempre più frequenti. Il bullismo, in alcuni momenti, sembra un’emergenza, un fenomeno in grande e preoccupante crescita. In realtà, secondo gli esperti, non è proprio così, anche se ovviamente la questione è seria e non va sottovalutata. «Complessivamente i dati non sono in aumento. Ad aumentare sono la gravità di certi episodi, il coinvolgimento delle femmine e il cyberbullismo», dice Simona Caravita, docente di psicologia dello sviluppo all’Università Cattolica. Il bullismo è un comportamento violento, in ambito fisico o psicologico, che è intenzionale, reiterato e che avviene all’interno di una relazione asimmetrica, in cui il cosiddetto bullo ha più potere della sua vittima. «In passato questi episodi venivano considerati ragazzate che non riguardavano gli adulti. Oggi non è più così», aggiunge Paolo Riva, ricercatore di psicologia sociale all’Università degli Studi di Milano – Bicocca. Riva e Caravita concordano: negli ultimi decenni, in Italia, la consapevolezza rispetto a questo problema è molto cresciuta. E, in parte, si spiega anche perché il bullismo ora trovi molto spazio sui media. Ma cosa dicono i dati? Secondo una ricerca Istat del 2015, “più del 50% degli intervistati, in eta compresa tra gli 11 e i 17 anni, riferisce di essere rimasto vittima, negli ultimi dodici mesi, di un qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento. Una percentuale significativa (19,8%), dichiara di aver subito azioni tipiche di bullismo una o più volte al mese. In circa la metà di questi casi (9,1%), si tratta di una ripetizione degli atti decisamente asfissiante, una o più volte a settimana”. Le ragazze sono vittime più spesso, la situazione è più grave nella fascia 11-13 anni e gli episodi sono più frequenti al Nord.


Tutti sono vittime

Le conseguenze possono essere pesanti. Innanzitutto per le vittime. «Si va dallo scarso rendimento scolastico all’ansia e alla depressione, dall’isolamento sociale ai rischi di abuso di sostanze e suicidio», ammonisce Riva. Ma anche i bulli e gli osservatori pagano un prezzo. «Chi commette atti di bullismo lo fa perché prova una forte sofferenza, che spesso nasce in famiglia, e ha quindi maggiori probabilità di essere coinvolto in attività devianti in futuro. Ma anche osservare certi episodi non è positivo: genera uno stress che, alla lunga, incide sul benessere dei minori», aggiunge Caravita. Il problema, quindi, riguarda l’intero gruppo dei coetanei. E va affrontato agendo su tutte le parti in causa. Secondo gli esperti, bisogna cominciare tutelando le vittime, ma senza metterle al centro dell’attenzione perché si rischia di colpevolizzarle. «Gli interventi più efficaci sono sistemici: agiscono sul gruppo e sull’intera scuola, cambiandone il clima – prosegue Caravita –. Vanno promosse relazioni positive e vanno spinti gli spettatori a diventare difensori della vittima. La Finlandia va in questa direzione e ha uno dei programmi più efficaci al mondo». Un’attenzione specifica, secondo Riva, va riservata agli invisibili, quei ragazzi che vengono volutamente esclusi dal resto del gruppo. «Anche questa è una forma di bullismo e, a volte, può far più male delle botte. Solo che gli insegnanti fanno ancora fatica a individuarla: su questo tema serve molto lavoro».


Cyberbullismo in crescita

Anche in ambito digitale l’educazione è una questione centrale. Il cyberbullismo è quel bullismo che avviene tramite strumenti digitali, gli smartphonesoprattutto. È in crescita, perché fin da bambini siamo sempre più connessi. Avviene on-line, ma è strettamente connesso alla vita off line, anche perché questa distinzione ha sempre meno senso. E presenta alcune caratteristiche peculiari. «Innanzitutto, essendo il cellulare sempre con noi, non esistono luoghi sicuri in cui siamo al riparo da questo tipo di bullismo. Poi, agendo da dietro uno schermo, il bullo non vede la sua vittima e viceversa: il risultato è che percepisce le conseguenze delle sue azioni come lontane e il suo senso di colpa è minore», spiega Riva. Per Caravita, «è l’empatia a venire meno». Inoltre, nel cyberbullismo la reiterazione del comportamento vessatorio è molto meno importante. «Basta condividere una foto o un video una sola volta per ferire un ragazzo». Educare i più piccoli a un corretto uso dei nuovi mezzi di comunicazione diventa quindi fondamentale. «Spesso però gli adulti non conoscono a fondo le nuove tecnologie o le usano con una certa ingenuità», spiega la docente della Cattolica, pensando ai corsi di formazione per genitori che tiene abitualmente. Il compito non è di quelli facili, ma Caravita è ottimista. «Bisogna alimentare una maggiore consapevolezza di questi nuovi e potenti strumenti. Di bullismo e cyberbullismo bisogna continuare a parlare, senza paura. Serve un’azione collettiva di responsabilità educativa».

 
 

 

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