Scarp Agosto-Settembre
Alla ricerca del film perduto

Quello che facciamo noi è puntare sulla conservazione e la memoria. Molto del nostro patrimonio cinematografico è materiale inerente la pubblicità perchè tutti i Caroselli sono nati a Milano. Un lavoro difficile e complicato da far girare.

di Daniela Palumbo

Riusciremo fra 15 anni a vedere i film di Tarantino al cinema? Matteo Pavesi, direttore da vent’anni della Fondazione Cineteca di Milano, presidio regionale delle immagini in pellicola, ha qualche dubbio. Pavesi, esperto e appassionato di cinema e del dietro le quinte di questa meravigliosa settima arte, ci racconta la “sua” cineteca, con i tanti restauri passati e futuri, con il museo interattivo e divertente, con l’archivio, eccellenza nazionale, insomma, con la memoria cinematografica del nostro Paese, incisa su pellicola. Le pellicole di una volta erano di nitrato, materiale molto infiammabile. Quelle di ultima generazione sono in poliestere, come le bottiglie di plastica. Praticamente indistruttibili. Ma le immagini impresse sulla pellicola non sono eterne. La vita media della pellicola è come quella di un essere umano. Circa 80 anni. Poi le immagini iniziano a dissolversi. Per questo hanno bisogno di cura e, prima o dopo, vanno restaurate. Con la pellicola almeno si conosceva il tempo di vita di ogni film. E invece adesso con il digitale, le cose cambiano. «Oggi si sta verificando un passaggio epocale. Della stessa portata di quello che avvenne negli anni Venti, con il passaggio dal muto al sonoro nel cinema – racconta il direttore del Mic –. In quel passaggio noi abbiamo conservato solo il 9% Paderno Dugnano, il Metropolis. E pochissimi altri. del cinema muto, il resto è andato perso. Oggi non abbiamo sufficiente esperienza del digitale nel cinema. Sì, stiamo lavorando molte cose al digitale da una quindicina di anni, ma solo dal 2014 è diventata, di fatto, l’unica tecnologia usata per distribuire i film al cinema. Ma, che vita avranno? Nessuno sa rispondere con certezza neppure sulla vita delle macchine che oggi sono in grado di leggere quei file».

Troppa fretta nel passaggio dalla pellicola al digitale. Perché?
Perché l’industria cinematografica mondiale ha deciso di trovare uno standard diverso: con contenuti diversi e costi assai differenti. Con il digitale un film lo si può fare con costi inferiori e in tempi minori. Siamo arrivati di colpo a oggi che le sale cinematografiche non hanno più le macchine per leggere i film in pellicola, siamo rimasti noi della Cineteca, con lo Spazio Oberdan, la sala di via Tabacchi e il cinema di Paderno Dugnano, il Metropolis. E pochissimi altri.

Cosa cambianella visione di un film con la tecnologia digitale?
La qualità della visione non è uguale a quella della pellicola, ci sono molti problemi. Un film digitale quando si ferma non si sa che fare; con la pellicola si ricuciva, si giuntava, si trovava un modo per far andare avanti la visione del film.

Come Fondazione Cineteca di Milano, restaurate molte pellicole. Anche voi fate il restauro in digitale.
I costi sono indubbiamente minori. Basti pensare che l’ultimo grande film che abbiamo restaurato come Cineteca di Milano, Anni Difficili di Luigi Zampa, del dopoguerra, è costato circa 60 mila euro. Oggi in digitale ne costerebbero 25 mila. Il risparmio è notevole. Però è indubbiamente diverso. La stampa fotochimica non solo prevede una professionalità, ma macchine e dei laboratori specializzati, grandi competenze nel settore, mentre il digitale è una tecnologia molto più semplice in cui bisogna avere una grande conoscenza dei software e basta. Altro vantaggio del restauro in digitale sono i tempi che si accorciano molto con il digitale, anche se restano comunque non brevi. Il digitale, poi, permette interventi che, con il restauro fotochimico, non si potevano non solo fare ma neppure immaginare. Se c’erano dei tagli o delle immagini compromesse, erano perse. Adesso con la tecnologia si lavora con più facilità perché si possono duplicare le immagini, si può lavorare con photoshop e ricreare un fotogramma compromesso. Anche la qualità dell’immagine non è più la stessa.

Mic, identità territoriale
In Italia esistono poche cineteche con archivio e restauro: cisono a Bologna, Rimini, Gemona del Friuli, Torino, Cagliari, Milano e Roma. La cineteca di archivio e restauro dei film di Milano ha un deposito di circa 25 mila titoli della cinematografia mondiale, dalle origini fino ai giorni nostri, esteso per oltre 3 mila mq sotterranei. Una parte cospicua è costituita da film in nitrato (infiammabili) e la sua rilevanza storica è tale che gli esperti della Fiaf (Federazione internazionale archivi film, di cui la Cineteca è membro effettivo dal 1948) lo ha definito uno dei più importantiarchivi di filmmuti d’Europa. «Siamo secondi solo a Roma – spiega Pavesi – per la quantità di pellicola, e quindi per numero di film, che conserviamo nei nostri archivi. E bisogna considerare che Roma funge da deposito legale, ovvero per legge tutto il cinema che viene prodotto in Italia deve essere depositato negli archivi del cinema di Roma. Abbiamo anche ottimi contatti con l’estero, adesso per esempio stiamo restaurando dei film del cinema muto per la casa di produzione americana Warner Bros. La Warner, infatti, stava disperatamente cercando questi film in tutti gli archivi del mondo dopo aver perso le pellicole originali a causa di un grosso incendio. Stiamo parlando di trenta copie di cui avevano conservato solo i dischi che sonorizzavano i film. Fra le trenta copie ricercate dalla Warner Bros, noi ne abbiamo in archivio ben 12. Abbiamo cominciato a restaurarne quattro. Esiste anche un accordo economico fra noi e la Warner che prevedepoi la diffusione da parte della Cineteca di Milano, dei film una volta restaurati. Il primo “L’immagine Ritrovata” sarà presentato al Festival di Bologna.

Una politica di conservazione e restauro mirata quella della Cineteca…
La nostra scelta innanzitutto è quella di restaurare i film che abbiamo come patrimonio della casa.Si tratta di una scelta difficile perché non possiamo contare su film particolarmente noti al pubblico anche se sono importanti sottol’aspetto della cultura cinematografica. Stiamo parlando dei film muti e dei primi sonori. Di tutti i film che restauriamo abbiamo una copia in originale. Il nostro è un lavoro estremamente difficile perché, naturalmente, diventa poipiù complicato metterli in circolazione.

Altre cineteche hanno fatto scelte diverse…
Certamente. Altri hanno fatto la scelta di restaurare film famosi e di offrire un servizio di restauro ma, poi, non hanno gli originali conservati. Quello che facciamo noi è di puntare sullaconservazione e lamemoria. Non ci interessa avere Jurassic Park perché non è nella nostra storia. Inoltre la nostra scelta ha a che fare con l’identità del territorio. Molto del nostro patrimonio cinematografico è materiale inerente la pubblicità perchè tutti i Caroselli sono nati a Milano.Abbiamo appena finito di restaurare i film di animazione di Bruno Bozzetto, milanese doc, da West and Soda a Mio fratello superuomo e Allegro ma non troppo. L’ultimo lavoro che abbiamo restaurato è I Promessi Sposi di Mario Bonnard un film del 1922. Bellissimo. È nel nostro dna, a Milano c’è la casa di Manzoni, ed è interessante come viene raccontatoin un filmmuto un romanzo di 600 pagine che è un classico della nostra memoria letteraria.

Quest’anno si festeggiano 120 anni del cinema. Ma le sale sono spesso deserte. E i giovani latitano. La settima arte è diventato un paese per vecchi?
Il cinema non è più la forma di comunicazione principale; la rete ha ribaltato le gerarchie della comunicazione. Oggi stiamo però rilevando una domanda di formazione attraverso le immagini, che arriva dalla scuola ma anche dalle persone. Di fronte a un’offerta illimitata di immagini non si possiede la bussola per capire cosa vedere. La cineteca torna a fare il mestiere di 50 anni fa, torna a fare educazione allo sguardo. Con la differenza che oggi c’è una domanda che proviene da pubblici più specifici, di nicchia. I bambini ad esempio: film dedicati alle famiglie eun festival dedicato in novembre, lì ci sono prodotti cinematografici fra i più belli. Gli anziani sono un altro segmento importante. Attorno al film si fanno delle attività – perché il cinema mobilita una serie di ricordi – con funzione anche terapeutica. Sulla memoria: quest’anno abbiamo realizzato Le Gallerie d’Italia, una manifestazione di cinema legato alla prima guerra mondiale.Il nostro lavoroè proprio quello di intercettare la domanda del pubblico e se contiamo che abbiamo una mailing list di 25 mila iscritti, direi che ci stiamo riuscendo.

La Fondazione Cineteca Italiana conserva una pagina fra le più importanti del nostro Paese. Quanta memoria c’è nei vostri archivicinematografici?
Produciamo ancora moltissimo cinema, ce l’abbiamo nel dna. In questo momentostorico direi che il nostro cinema è di ottimo livello. Certo, il momento migliore va ricercato nel tempo, agli anni della Liberazione. Noi siamo certamente il Paese che ha dato moltissimo al cinema. Pochissime cinematografie possono vantare i lavori di Rossellini, De Sica, Fellini. Il mercato oggi si è molto ridotto e anche l’immaginario si è ridimensionato. Ma è questione di cicli. Ci sono molte fasi nella storia del cinema. Oggi siamo in una fase di ripresa della produzione cinematografica davvero di ottimo livello.

Una nota positiva sul digitale e il cinema di oggi?
Ha abbassato notevolmente i costi e i giovani possono cimentarsi con il docufilm, un genere molto interessante ma che non aveva mercato perché era poco visto in Italia e aveva costi troppo alti. Dal Sacro Gra, che ha vinto Venezia due anni fa ed è costato pochissimo, le produzioni interessanti non si fermano più e l’attenzione del mercato è sempre maggiore.