Scarp Agosto-Settembre
A Pettinengo l’accoglienza è un’opportunità

Siano partiti dall’analisi dei bisogni e dal censimento delle risorse. Oggi diamo ospitalità a 100 profughi, abbiamo 40 dipendenti, 35 dei quali di Pettinengo, ex operai che avevano perso il lavoro o giovani che non lo trovavano.

di Francesco Chiavarini

Una sera di marzo del 2014, una camionetta della polizia scarica 15 giovani maliani a Pettinengo, 1.500 anime, sulle colline sopra Biella. Il giorno dopo le mamme tengono in casa i figli. Nella villa in cima al paese erano arrivati i neri e alle famiglie del posto, timorate di Dio, non sembrava prudente mandarci a giocare i bambini. Da allora sono passati due anni, Mamadou che faceva parte di quel gruppo di richiedenti asilo, oggi è amico di tutti. Il mestiere per il quale è apprezzato anche dai vecchi è quello di apicultore e glielo ha insegnato Massimo Capellupo, 43 anni, che grazie agli stranieri si è reiventato un lavoro. Mamadou, che oggi ha 34 anni, e che nel frattempo ha ottenuto il permesso di soggiorno come rifugiato politico, sorride a tutti: «Quando sono partito sognavo di vivere in una grande città, non certo in un paese di montagna. Ma qui ho imparato a curare le arnie, a indovinare il momento esatto in cui raccogliere il miele e nel tempo che mi avanza posso fare anche qualche lavoretto extra: rovesciare il fieno, sistemare l’orto per i contadini. Ho trovato nuovi amici. E sto benone». Massimo, invece, ha ripreso in mano la sua vita: «Senza lavoro, con un divorzio alla spalle e tre figli da mantenere non era difficile uscire di brocca. Mamadou mi ha aiutato a rimanere in carreggiata».


Una formula semplice

Il segreto del successo di Pettinengo sta in una semplice formula: utilizzare i soldi pubblici per l’accoglienza dei profughi per un intervento sociale a vantaggio della comunità, conciliando gli interessi apparentemente opposti dei disperati senza speranza, gli italiani impauriti che non ci credono più, e i disperati per troppa speranza, gli stranieri spinti dall’illusione di trovare un paradiso in Europa. Oggi anche il sindaco, Ermanno Masserano, è ottimista. «La crisi qui ha fatto piazza pulita anche di ciò che ancora rimaneva dell’industria tessile. Ma il peggio sembra essere passato: gli stranieri non solo hanno rimesso in moto l’economia locale, ma hanno portato nuove energie», spiega mentre nella frazione di Veglia sistema le sedie insieme a dieci giovani africani ospiti nella canonica per lo spettacolo in piazza che si svolgerà la sera. L’inventore del modello Pettinengoè Andrea Trivero, direttore di PaceFuturo, l’associazione che gestisce l’accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati nel territorio. Ingegnere, dopo anni in Sahel, ha trovato ilmodo di fare il cooperante a casa sua, applicando gli insegnamenti del suo ex capoprogetto in Africa, Paolo Ferraris, «lo nomini, ci tengo», sottolinea. «Ci siamo comportati come se avessimo dovuto stendere un piano di sviluppo per un villaggio africano: analisi dei bisogni, censimento delle risorse. Oggi diamo ospitalità a 100 profughi, abbiamo 40 dipendenti, 35 dei quali di Pettinengo, ex operai che avevano perso il lavoro, o giovani che non lo trovavano, tutti riconvertiti in educatori, custodi nelle strutture di accoglienza, operatori sociali. Siamo la più grande azienda del paese: produciamo 100mila euro di fatturato al mese e 65mila ricadono sul territorio, in stipendi e acquisto di beni». Philip, 27 anni, nigeriano, è alle prese con un vecchio telaio in legno dono di un artigiano del paese: alla fine realizzerà una sciarpa secondo il disegno di un’artista di Asti. Elena, 42 anni, che abita nel paese accanto, sceglie l’impasto per il suo prossimo benedetin, il recipiente che nelle case di un tempo si appendeva accanto al letto per raccogliere l’acqua benedetta con cui ci si segnava prima di coricarsi. «Per il momento nei laboratori facciamo formazione e socialità. Condividiamo competenze esaperi e favoriamo l’incontrotre le due comunità, quella degli ospiti e quella dei residenti. Ma in futuro stiamo pensando di produrreperla vendita. Abbiamo già iniziato a farlo e la risposta è stata positiva anche se ancora insufficiente», spiega Mirna Irene Colpo, architetto di professione e coordinatrice dei laboratori.


Pensare al futuro

Il punto, infatti, èquesto: cosa accadrà a Pettinengo quando il Ministero degli Interni insieme ai profughi smetterà di inviare anche i finanziamenti per il sistema di accoglienza? «Sappiamo – ammette Trivero – che questo intervento avrà una fine. Se saremo in grado di reggerci sulle nostre solo gambe, dipenderà da che uso avremo fatto di questo investimento». Finora tutto procede per il meglio.Ancheil parroco, don Ferdinando Gallu, è contento. «Amministro una parrocchia estesa e povera. Qui c’è gente che non riesce più a pagare l’affitto. Ci sarebbero tutte le premesse per una guerra tra poveri, prima gli italiani poi gli immigrati, noi contro loro. Ed invece facciamo quello che è scritto nel Vangelo: ero straniero e mi avete accolto. E la gente è più contenta».