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sulle famiglie

zetti

Nessuno di noi ama pensarsi vecchio. Non ci viene facile immaginarci come degli ottantacinquenni malati di Alzheimer, o come dei novantenni incapaci di stare in piedi, dipendenti del tutto dagli altri, con il cervello annebbiato, confuso, rallentato. È un sentimento di rimozione collettiva, che la politica asseconda, vuoi per assenza di risorse, vuoi proprio perché portare in agenda questi temi non entusiasma il cittadino medio Eppure il fenomeno dell’aumento costante della popolazione anziana è uno dei più certi e rilevanti, a livello globale, e rappresenta una certezza demografica, in grado di incidere su dinamiche sociali e sostenibilità delle finanze pubbliche.

Oggi nel mondo vivono 810 milioni di anziani, ma nel 2050 ce ne saranno 2 miliardi. Anche in Italia gli ultraottantenni sono in costante crescita. Nel 1990 erano il 3% della popolazione, ovvero 1 milione 800 mila persone, nel 2010 sono diventati il 6% (3 milioni 500 mila) e nel 2020 saranno il 7,5% (4 milioni 500 mila). Ancora: nel 2050 l’aspettativa di vita sarà di 83 anni nei paesi sviluppati, tanto che Ban Ki Moon, il segretario generale dell’Onu, ha detto: «Ci saranno conseguenze profonde nella società. È un’opportunità da cogliere, che però presenta anche sfide sociali». L’aumento dell’aspettativa di vita, e quindi della popolazione anziana, ha un’implicazione di grande attualità, che prima o poi bisognerà affrontare con decisione: il tema della non autosufficienza. Non ci sono stime precise su quante sono, in Italia, le persone che dipendono quasi del tutto dagli altri, ma il solo elenco delle categorie fa comprendere la portata del problema: pazienti con gravi patologie degenerative non reversibili; pazienti che, a seguito di unamalattia neoplastica, si trovano nella fase terminale della vita; pazienti con grave stato di demenza; pazienti con patologie ad andamento cronico degenerativo; pazienti con gravissimi disagi psichici o intellettivi o sordocecità, che necessitano d’assistenza vigile; pazienti con cerebrolesioni o stati vegetativi che necessitano d’assistenza vigile. Un censimento non esiste, ma quello che si può dire è che in Italia le residenze socio-assistenziali e socio-sanitarie sono quasi 13 mila, per quasi 450 mila posti letto: il 72% di queste strutture ospita anziani non autosufficienti, mentre solo una piccola parte accoglie disabili, tossicodipendenti, malati psichiatrici e minori italiani o stranieri. Il 66% di queste residenze si trova al nord e nel 70% dei casi si tratta di strutture private.

E qui arriviamo al punto: come fanno a vivere e a mantenersi queste persone? Su chi pesa il carico della loro assistenza? Quanti e quali sono gli aiuti dello stato? Che cosa fa una famiglia quando si trova a dover gestire un membro non autosufficiente? Le risposte sono diverse, ma è sicuro che l’aiuto che arriva dallo stato è sempre meno decisivo, si sgretola e si fa sempre più sottile. Una prima opzione è ricoverare il malato in una Rsa: una “unità di offerta residenziale”, secondo la terminologia tecnica, rivolta a persone non autosufficienti che hanno più di 65 anni, non assistibili a domicilio e richiedenti trattamenti continui. Luoghi di cura e assistenza ma anche luoghi di vita, insomma: una seconda casa. Che costa 69 euro al giorno… Un’altra opzione, più “leggera”, è il centro diurno, dove l’anziano o il disabile passa l’intera giornata per poi tornare a casa la sera. Costo: 27 euro al giorno (39 euro con il trasporto). A pagare sono le famiglie, anche se i comuni, a loro discrezione, ovvero a seconda del loro bilanci, possono riconoscere una quota di compartecipazione a seconda del reddito Isee: per gli anziani, si considera il reddito Isee di tutti i familiari; per il disabile, solo quello del disabile. Se invece si sceglie l’opzione privata, le famiglie possono affidarsi a una badante che ha diritto a due ore di pausa ogni giorno e al sabato pomeriggio libero. Per metterla in regola e pagare i contributi servono circa 2 mila euro al mese. Chi paga? Ovviamente le famiglie. Ogni persona non autosufficiente però ha diritto a un piccolo sussidio statale: l’assegno di accompagnamento e, se proprio la sua situazione è grave, anche la pensione di invalidità. Questi due strumenti possono servire ai familiari per ammortizzare le spese, ma il più delle volte non sono sufficienti: l’indennità di accompagnamento è un contributo monetario di 492 euro mensili e viene pagato dall’Inps.

In questo panorama complesso, un’altra cosa è certa: i soldi che lo stato ha messo a disposizione di comuni e regioni per il sostegno delle persone non autosufficienti è andato via via scemando negli ultimi anni. Se nel 2008 i fondi statali per le politiche sociali ammontavano a 2 miliardi 526 milioni di euro, nel 2010 sono scesi a 1 miliardo 472 milioni, e nel 2013 (ed è stata una grande conquista) si è arrivati pochissimi giorni fa all’accordo di uno stanziamento di 300 milioni euro. Sul fondo nazionale per la non autosufficienza è calata la mannaia più implacabile: da 300 milioni euro, nel 2008, è stato azzerato dal governo Berlusconi nel nel 2011 e non rifinanziato nel 2012; solo dopo la protesta dei malati di Sla si è deciso di riattivarlo, per il 2013, con 275 milioni di euro. «Non è sufficiente – commenta Anna Tombini, sindacalista della Fnp Cisl–: chiediamo almeno 500 milioni di euro per coprire tutti i bisogni di famiglie che, altrimenti, non sanno davvero dove sbattere la testa»