Scarp Ottobre
Profughi persi nel nulla

Scarp Ottobre

 

Profughi persi nel nulla,
anche la speranza svanisce

In Giordania e Libano vivono molti dei 2 milioni di siriani espatriati a causa della guerra (gli sfollati interni sono 4,5 milioni). Viaggio nei luoghi di accoglienza

di Alberto Minoia – Caritas Ambrosiana

È mattina presto e fa già caldo ad Amman, la capitale della Giordania, da dove si parte per Mafrak, ultima città prima del confine nord con la Siria. Località nella quale da oltre due anni ogni giorno arrivano, in fuga dalla guerra, centinaia di famiglie, spesso donne sole con molti bambini. Gli uomini rimangono in Siria per difendere la casa e la terra. All’inizio molte di queste famiglie trovavano sistemazione in appartamenti in città, pagando affitti regolari, ma dopo la situazione è cambiata: le case sono diventate molto costose e se non paghi ti ritrovi in mezzo a una strada.
Allora vanno bene anche scantinati e box auto. I pochi uomini espatriati cercano lavoro come muratori, come agricoltori. Offrono manodopera specializzata, a prezzi stracciati. Benché non esista un caporalato vero e proprio, lo sfruttamento della manodopera dei profughi indebolisce il mercato del lavoro interno, creando dissapori, tensioni tra la popolazione giordana e i siriani.
Caritas Giordania lavora da tempo in diversi centri del paese, a partire dalle zone di confine. I suoi operatori ascoltano pazientemente tutti i rifugiati, registrano i dati, fanno sopralluoghi nelle abitazioni e poi, in base alle necessità, cercano di dare aiuti materiali, ma anche supporto socio-sanitario. In particolare sono attivi due poliambulatori, uno a Mafrak e l’altro a Zarqa.
Vi lavorano fianco a fianco volontari siriani cristiani e musulmani, assunti da Caritas Giordania come mediatori culturali. «Ci sembrava importante fare qualcosa per il nostro popolo, mai mi sarei aspettato di lavorare con Caritas in Giordania accanto a dei cristiani», spiega un operatore musulmano. Gli fa eco un operatore di religione cattolica: «É un’esperienza importante di aiuto verso i nostri connazionali che soffrono, un servizio che porta solidarietà. Ma anche una testimonianza di convivenza e collaborazione con i musulmani. Speriamo di tornare presto in Siria, e ripartire da questa amicizia per ricostruire insieme il paese». L’attività di aiuto si svolge anche nel campo di Zaatari, ormai terza città giordana per numero di abitanti, oltre 130mila. È una sterminata pianura desertica nel nulla, dove si vedono solo tende bianche, fino all’orizzonte.
Abitata da una marea di persone che sembrano indaffarate, che si muovono per le strade polverose: chi va all’ospedale da campo per una visita medica, chi va nella zona distribuzioni perché ha sentito dal vicino di tenda che arrivano gli aiuti, bambini che scorazzano dappertutto, tentativi di scuola e corsi per i più piccoli…

Zaatari, città di profughi
Alcuni “ospiti” sono al campo da molti mesi, troppo tempo… Qualcuno se ne va verso altre città, magari più a sud, dove si trovano ancora appartamenti in affitto a prezzi contenuti. Ma si sa, i soldi finiscono sempre troppo presto.
In Giordania, il governo ha riconosciuto ai siriani lo status di rifugiato. Ciò significa che non corrono il rischio di essere rimpatriati a forza. Non è così in Libano. Benché i siriani scappati nel paese dei cedri rappresentino ormai il 25% della popolazione, il governo di Beirut non riconosce loro uno status codificato; in più, non è stato autorizzato alcun allestimento di campi ufficiali.
In Libano cambia il mondo Atterrando all’aeroporto della capitale Beirut sembra che la vita scorra normale. In taxi la città scorre frenetica, caotica: negozi alla moda, centri commerciali, suv neri. E i rifugiati? La risposta la si ottiene raggiungendo in auto la valle della Bekaa, nord-est di Beirut. Il paesaggio cambia, sembra di essere sulle prealpi lombarde. Ma la tensione si fa palpabile: a una delle entrate principali della valle c’è un primo posto di controllo dell’esercito, la presenza della polizia aumenta.
Poi, vicino alla città di Aanjar, cambia il mondo. Nel cortile davanti al centro di Caritas Libano moltissime persone pazientemente aspettano di essere ascoltate. Si entra a fatica, dentro ci sono decine di rifugiati siriani in attesa del loro turno, prevalentemente donne, molto riservate; tendono ad abbassare gli sguardi davanti agli stranieri. Ci sono anche uomini anziani e bambini. Sono persone stanche e tristi. Dai loro volti traspaiono rassegnazione e incertezza per il futuro. Un’operatrice spiega come avviene il lavoro di ascolto, monitoraggio e distribuzione degli aiuti. Poco dopo si parte di nuovo, una decina di chilometri verso uno dei luoghi da cui provengono coloro che si accalcano al centro Caritas: uno dei tanti “campi informali” che i siriani si sono autocostruiti.
A circa cinque chilometri dal confine siriano, in un prato preso in affitto da un commerciante libanese, vivono oltre 200 persone. Sono famiglie numerose, anche in questo caso in prevalenza donne con molti bambini. Le tende sono teli bianchi tenuti insieme con corde, pali in legno e qualche lamiera di recupero. Quando piove il campo diventa un pantano, c’è una piccola cisterna, ma l’acqua potabile non sempre è disponibile. Mancano le fogne, i bagni sono piccole strutture in lamiera con un buco in terra. La corrente elettrica viene “rubata” dai pali della corrente che corrono lungo il perimetro del campo. Ogni famiglia tira i fili e si collega, e a volte qualcosa va a fuoco a causa di cortocircuiti. Gli operatori Caritas fanno quello che possono: distribuiscono coperte, stufe, vestiti, alimenti. Qui si sopravvive. I bambini a piedi nudi giocano ma sono anche tristi: non c’è scuola e risuonano i discorsi degli adulti, che spaventano parlando di guerra e di morte.
Alcune famiglie, appena arrivate, raccontano di essere scappate perché nel loro villaggio è arrivata gente “di fuori”, armata, che li ha minacciati. Altre famiglie sono arrivate da più di un anno, non hanno più soldi. Solo qualche uomo lavora nei campi, quando i proprietari terrieri libanesi chiamano.

Nelle case senza muri
Poco distante si arriva a un gruppo di case in costruzione: sono abitate da famiglie siriane che si arrangiano nello spartirsi i vari piani dell’edificio, che non ha ancora le mura esterne. Per fare le pareti tra i pilastri hanno dunque utilizzato assi di recupero e lamiere. Molte mamme si lamentano perché non possono curare i figli: una semplice influenza o una bronchite possono diventare una fatto grave. Quando può, Caritas Libano aiuta anche con i farmaci e paga qualche visita medica.
Anche gli aspetti sociali e i traumi psicologici sono questioni di cui si occupano i social worker e gli psicologi Caritas, ma le persone che chiedono aiuto sono troppe e le risorse pochissime. Ogni giorno sono centinaia i profughi che si rivolgono ai vari servizi Caritas per una richiesta di aiuto. È ora di tornare a Beirut. Negli occhi tanti volti di persone che chiedono aiuto. Ma soprattutto stanno perdendo la speranza.