Omelia per i funerali
di Enzo Jannacci

2 aprile 2013, Milano, Basilica di Sant’Ambrogio
Sapienza 3, 1-9; Salmo 8; Giovanni 1, 35-46
Omelia di don Roberto Davanzo

 

  1. Si potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale …” cantavi tanti anni fa, caro Enzo. Ebbene ora ci siamo al tuo funerale e siamo in tanti, e siamo tutti. Ma nella canzone precisavi il motivo, la curiosità: “per veder se la gente poi piange davvero”. E anche questo te lo possiamo garantire: la gente ti voleva bene, ti vuole bene, perché non si può non voler bene a chi con la sua arte ha dato voce (assieme ad altri amici che sono oggi in questa basilica) a quelli che la voce non ce l’hanno, ai tanti anonimi sconfitti della storia, da quel Soldato Nencini meridionale ma di stanza ad Alessandria, “perché c’è più nebbia”, a quello che Faceva ilpalo della banda dell’ortica sordo e cieco arrabbiato con i complici per un bottino che – secondo lui – gli consegnavano a cento lire alla volta. Le riascolteremo a lungo le tue canzoni, caro Enzo, non solo per ricordarti, ma piuttosto per diventare più umani, più autentici.
  1. Enzo ci ha lasciato proprio nei giorni in cui i cristiani celebrano il mistero più grande, quello di un Dio che non si è accontentato di fare tutto quello che ha fatto, ma che ha anche voluto entrarci in questa storia, sporcarsi i piedi con la polvere di questa terra, per dirci che questa vita potrebbe essere vissuta in modo diverso, in modo più bello, smettendo di farci gli affari propri, cominciando a prenderci cura anche degli altri, di quelli di cui nessuno si cura.

In questi giorni di Pasqua noi non celebriamo solo una generica sopravvivenza oltre la morte, ma anche la certezza che l’unica strada per il successo è quella che ci salva da un’indifferenza che ci condanna ad una solitudine senza speranza.

E allora – capite – il funerale di un amico, di una persona cara, amata, diventa qualcosa di più che un doveroso tributo. C’è di mezzo la possibilità, mai scontata, di ripensare a quali condizioni tutte le relazioni che nella vita riusciamo a tessere vengono salvate dall’azzeramento della morte. Enzo sarà ricordato a lungo, la sua sepoltura nel Famedio lo salverà da un oblio immediato. Ma può essere solo questa la consolazione rispetto alla separazione che la morte porta con sè? Ci possiamo consolare di una sopravvivenza fondata solo sul ricordo di noi che restiamo?

Capite che siamo di fronte al caso serio della vita, alla domanda che ci fa chiedere se c’è qualcosa per cui valga la pena di vivere, per cui valga la pena di morire.

La Pasqua di Gesù, una vita di dedizione agli altri che sconfigge il rifiuto e persino la morte, è una risposta non certo facile e che non ci mette al riparo da incertezze e disillusioni, ma è l’unica che giustifica il nostro essere qui, oggi. L’unica che giustifica il rischio di vivere una vita centrata su chi ci sta attorno e non solo su di noi.

A patto di riuscire a sentire il fascino proveniente da quel Gesù che tanto aveva attratto Enzo in questi ultimi anni. Quel Gesù cui i primi discepoli chiesero “dove abiti” e dal quale rimasero talmente presi da ricordare, decenni dopo, persino che ora fosse quella in cui cominciarono a stare con lui.

  1. Ma permettetemi ora di parlare come Direttore della Caritas di Milano. È dalla geniale ed amara poesia di Enzo Jannacci che abbiamo tratto il titolo di una rivista e di tanti progetti di dignità che da questa rivista sono scaturiti, a Milano e in altre città d’Italia (da Palermo a Napoli, a Rimini, a Catania, a Torino, …) che hanno accettato di lasciarsi un po’ contaminare da un dialetto venuto da altrove.

È vero: El purtava i scarp del tenis è canzone cantata in quel dialetto milanese che si è forgiato nei secoli grazie all’influsso delle tante lingue che sono passate da Milano / Mediolanum, la terra di mezzo tra il Mediterraneo e il nord Europa, tra i Balcani e i Pirenei. Un dialetto che, nel raccontare della storia triste di un senza dimora alla ricerca di un amore che non può essere negato a nessuno, ha smesso per un attimo di essere visto come una colonizzazione della ricca ed efficiente terra milanese per diventare una specie di esperanto dell’emarginazione e della denuncia di ogni indifferenza. Se la canzone di Jannacci si chiudeva infatti con il ritrovamento del protagonista sotto un mucchio di cartoni ormai esanime e con un cinico lasa sta, che l’é roba de barbun, possiamo dire che proprio quella canzone è invece diventata la cifra di un prendersi a cuore le storie e le vite di tanti “barboni” alla ricerca più o meno consapevole di un’esistenza più dignitosa, di un amore, di una speranza. Il mondo degli emarginati che Jannacci aveva raccontato in modo struggente e ironico, sconsolato e caustico dal protagonista di Ragazzo padre al villano di Ho visto un re passando attraverso il tossico di Se me lo dicevi prima, … quel mondo, in quel barbone con le scarpe da tennis, veniva magistralmente rappresentato.

Non so se e quanto Enzo fosse consapevole dei risultati di quel progetto ispirato da una sua canzone. Quello che so é che la carità ha bisogno – oggi più che mai – anche di poeti che ci riportino, come è stato scritto in questi giorni, all’essenziale, all’interiorità: la dimora che tutti condividiamo, anche quando non abbiamo dimora.

Enzo è stato questo tipo di poeta. A noi il dovere di dire il nostro grazie a lui e a quanti – e non li nominiamo per non dimenticarne alcuno – lo hanno sostenuto nella sua arte, nella sua missione di medico, nella sua malattia: a partire dalla moglie, la signora Giuliana, e dal figlio Paolo, cui va il nostro cordoglio e la promessa del nostro affetto.