Musica “da strada”
rinasco dal buio

di Daniela Palumbo

Quando conosci Giovanni Allevi, non puoi fare a meno di notare che fra la sua musica e lui il passo è breve. Giovanni, in un certo senso, somiglia alle sue note. Nei suoi suoni ritrovi la spontaneità, la grande capacità di comunicare emozioni positive, un sorriso che contiene e trattiene (nonostante l’età, 44 anni, e il successo in continua espansione) lo stupore del bambino. Dentro la sua musica – soprattutto in Sunrise, l’ultimo lavoro, un inno alla speranza e alla rinascita interiore – trovi Giovanni. Allora cominci a domandarti se sia vero. Sarà vero lo stupore? Il sorriso accogliente di chi ascolta davvero chi gli sta di fronte? Giovanni Allevi, con le sue legioni di fan in tutto il mondo e 13 album all’attivo dal 1997, è un personaggio dello star system nostrano, o un uomo autenticamente dotato di una carica umana fuori dal comune? Avendolo incontrato, scegliamo la seconda. E anche il lettore, forse, ne converrà.

Giovanni, ci hai detto che per te è un onore essere intervistato da Scarp, anche perché senti un legame forte con la strada. Per quale motivo?
La strada mi fa pensare all’umanità vera, quella costretta ad affrontare i problemi lontano dalla sicurezza, in continuo contatto col mistero delle cose. Andar via dalla mia piccola città di provincia, Ascoli Piceno, per inseguire da solo il sogno a Milano ha coinciso, per me, con la scoperta della strada. Ho vissuto per molti anni in un piccolo monolocale disordinato, senza un soldo in tasca, ma con il cuore gonfio di speranza. Da quel momento ho sentito un cambiamento nella mia musica.

Sunrise in particolare, ma in generale la tua musica, esprime tanta gioia, una gioia istintiva, solare, rara. Sei così nel profondo?
Io sono un ansioso. Ogni tanto sono preso da un’improvvisa ansia, magari per un giudizio negativo, e perdo di vista le ragioni importanti dell’esistenza. Allora mi ripeto che devo cercare di riconoscere il miracolo che è intorno a me, di non dare nulla per scontato; la luce di un’alba, il profumo di un cornetto col cappuccino, il sorriso di un bimbo. Altre volte mi fisso su certi pensieri o melodie che mi girano continuamente in testa. Insomma, dentro di me c’è abbastanza confusione, ma è per questo che scrivo quella musica, gioiosa e positiva. Chiedo a lei di portarmi via dal buio, per raggiungere una luce, che non è dentro di me. Solo al buio si vedono le stelle!

Il tuo ultimo lavoro è nato dopo un periodo di buio, tu stesso l’hai detto: musica che contiene una rinascita…
In passato il mondo della musica “colta” mi ha attaccato, con lo scopo di dare all’esterno una diversa immagine di me. Ho vissuto la vicenda come una profonda ingiustizia, ci sono stato male per due anni e poi ho preso atto che non potevo fare nulla contro questa subdola macchina del fango. Non riuscivo più a scrivere una nota, sono andato in depressione… Finché un giorno la musica è tornata nella mia testa, all’improvviso, come una cascata. È stata lei a salvarmi. Ho vissuto una rinascita interiore, che non è stata delicata o graduale, ma improvvisa.

La depressione ti ha fortificato?
Sì. Oggi non esisterebbe il mio Concerto per Violino e Orchestra se non fossi passato attraverso quel periodo buio. E in quelle note è impressa la disperata ricerca di una luce, di una gioia di vivere rincorsa lungo tutto lo scorrere del brano. Credo di essere riuscito a superare il mio problema, quello del giudizio esterno. Oggi posso affermare con certezza che non cerco nessun prestigio, nessun riconoscimento, non voglio essere ricordato o essere elogiato per qualche merito, non voglio nemmeno la ricchezza; voglio solo scrivere la mia musica, che per me è un gesto d’amore verso il mondo. Questo è un modo di pensare “da strada”, diametralmente opposto alle logiche di palazzo nelle quali volevano richiudermi.

Vivi in un universo di musica e suoni. Cosa è il silenzio per te?
È una benedizione, una dimensione che oggi più che mai cerco. Non è solo una tela bianca su cui appoggiare le note, ma è molto di più, una condizione interiore di essenzialità. Significa fare piazza pulita di tutti i pensieri inutili che non ho voluto io, di tutte le battaglie in cui sono stato trascinato controvoglia. Il silenzio è una condizione necessaria per ritrovare il vero me stesso. Hai affermato che conosci sulla tua pelle la fatica dell’emarginazione… Il vero artista è sempre emarginato, perché si propone il cambiamento di un sistema. Bisogna andar fieri delle proprie cicatrici interne, come fossero medaglie.

Hai scelto di aiutare l’associazione Paideia, che promuovere progetti di solidarietà in favore di bambini. Riceverai tantissime richieste di impegno: non deve essere stato facile scegliere a chi donare il tuo tempo…
È stata la e-mail del padre di un bimbo speciale a farmi decidere senza indugio. Io ho percepito che quel concerto al Teatro Regio di Torino, con il quale ho iniziato il mio impegno per Paideia, sarebbe stato per me l’occasione per entrare in contatto con l’umanità vera, quella che per forza di cose si è spogliata di tutti i pregiudizi, di tutto il superfluo in cui siamo avvolti. Moltissimi erano i bimbi speciali in sala, ancor di più i genitori e gli operatori del settore, i volontari. Potevi toccare la sofferenza, la disperazione, con mano. Eppure non ho mai visto tanta gente così felice tutta insieme.

Con il tuo lavoro raggiungi milioni di persone. Senti una responsabilità come artista e come uomo verso queste persone?
Ho scelto di essere vicino alla gente, di mantenere vivo questo amore reciproco, allontanandomi dalla sicurezza di incarichi istituzionali. Quindi la vicinanza di chi mi segue è il mio bene più prezioso, tutto ciò che ho. Spero di continuare a meritarla.