Le fatiche dei pescatori d’Italia:
come sopravvivere a reti vuote

Pescatori d’Italia
Le reti restano a riva

di Stefano Lampertico

Partiamo da Chioggia. Orizzonte di laguna. Acque basse, tutt’altro che tranquillizzanti. Anzi, tirano venti carichi di disagio. Perchè qui la pesca è stata da sempre l’oggi e il domani di tante famiglie. Ma la crisi ha colpito duro. Durissimo. I pescatori si spingono sempre più al largo. Rischiano. Senza garanzie. Oppure abbandonano gli scafi e decenni di tradizione. Come i loro colleghi d’altre coste d’Italia. Da Rimini a Lampedusa. Da Napoli a Genova. Giro dei mari dello stivale, che si tuffa nella storia delle Repubbliche marinare e fa affiorare alla memoria la barca di padron N’Toni e dei Malavoglia. Ma l’approdo è sullo scoglio aspro del presente. Che di certo non suggerisce speranza.

Le cause della crisi
«La crisi della pesca, qui nella laguna, inizia tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del Duemila. Dopo secoli di pesca, sono questi gli anni in cui il settore è entrato in una condizione di pesante sofferenza, trascinando con sé le sorti di molte famiglie. Che di pesca vivevano». Don Marino Callegari è il direttore della Caritas di Chioggia (Venezia). Una recente ricerca sulla povertà, alla quale la Caritas diocesana ha contribuito, è lo spunto per approfondire il quadro di un disagio (e di una crisi di settore) dai tratti preoccupanti. «L’origine della crisi sta nella “taglia” sempre più grossa dei pescherecci moderni, attrezzati con apparecchi in grado di incrementare la capacità di pesca. Sembra paradossale, ma è così: un’eccessiva modernizzazione della flotta ha portato alla prima ondata di crisi. E i pescherecci più piccoli, trovandosi in un sistema di concorrenza troppo forte con i pescherecci più grandi, hanno cominciato a spostarsi sempre più al largo, con tutti i rischi che derivano dal dover affrontare acque per i quali non si è attrezzati… La seconda causa di crisi è la concorrenza estera: croata, nordica, africana, vietnamita, equadoregna. Nel nostro mercato il 55% del pesce che viene immesso e distribuito proviene dall’estero o da altri porti italiani. Infine, soprattutto dagli inizi degli anni Novanta, c’è un terzo elemento di crisi, legato a una scarsa regolamentazione del settore. A Chioggia ha preso il sopravvento un particolare tipo di pesca, quello delle vongole. All’inizio erano quelle autoctone, veraci, poi si sono aggiunte le alloctone, di origine filippina. Per questioni climatiche, le vongole filippine hanno avuto una proliferazione enorme. Dall’inizio degli anni Novanta e per un decennio questa raccolta è arrivata a occupare più di 800 persone, incapaci però di strutturarsi in cooperative. I guadagni facili, derivanti dalla pesca delle vongole, hanno alimentato la corsa a questo eldorado. Attraendo soprattutto le fasce meno scolarizzate della popolazione, spingendo persino i ragazzi a lasciare la scuola dell’obbligo». Oggi, l’eldorado non c’è più. Sepolto dalla concorrenza globale e stravolto da un uso indiscrimanto delle turbosoffianti, imbarcazioni per la pesca delle vongole che usano sistemi di dragaggio dei fondali che, alla lunga, hanno distrutto le semine nei fondali. Così i facili guadagni si sono smorzati. E oggi non arrivano più dalla pesca, ma da altre attività. Illecite. «Sostituendo il guadagno facile delle vongole con altri guadagni facili, abbiamo prodotto un fortissimo tasso di marginalità. In molti ormai si trovano in una condizione di esclusione dal mondo del lavoro, non ricollocabili per età, ma anche perché non hanno qualifiche professionali spendibili altrove». E a tutto ciò si aggiungono l’aumento del costo del carburante e un paradosso. Dettato dalla normativa Fisher, voluta dall’Unione europea. La legge che disciplina la pesca nell’Unione è la stessa per il mare del Nord (Norvegia, per intenderci) e per l’Adriatico. Quindi le reti che possono essere utilizzate devono essere identiche, comprese le maglie: i tonni norvegesi sono meno fortunati, perché in quelle maglie rimangono intrappolati, dei loro cugini del mare Adriatico che, meno imponenti, da quelle maglie riescono facilmente a scappare. Ma per i pescatori la fortuna gira esattamente al contrario.

Storie di “non speranza”
«Questo quadro – conclude don Marino – coinvolge e trascina in situazione di povertà decine di famiglie. Noi cerchiamo di creare spazi di riflessione sul disagio sociale, struttura molto più complessa della semplice povertà economica. La pesca è da sempre tendenzialmente collegata a una popolazione culturalmente povera, incapace (a differenza di quanto accade in altri settori) di auto-rigenerarsi. Per questo i racconti delle famiglie che si avvicinano alla Caritas sono, purtroppo, storie di “non speranza”: il futuro sembra non lasciare prospettive positive».

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