Fa freddo
pure in provincia

Operatori al lavoro nel rifugio Caritas allestito a Lecco.

Operatori al lavoro nel rifugio Caritas allestito a Lecco.

di Francesco Chiavarini

In genere sono le grandi città a calamitare il disagio più grave. Secondo il primo censimento della popolazione homeless, concluso nel 2012 da Istat, Fio.psd, Caritas Italiana e ministero del welfare, Milano è la prima città in Italia per numero di senza tetto. Supererebbe addirittura Roma, in quanto fulcro e polo di attrazione di un’area metropolitana di 6 milioni di abitanti. Tuttavia (benché Roma e Milano calamitino, da sole, il 44% delle persone senza dimora che in Italia ricorrono a servizi di accoglienza e sostegno, pubblici o privati che siano) il fenomeno della grave emarginazione, documenta sempre la ricerca, è diffuso anche ben oltre i confini metropolitani e sempre più spesso si manifesta in realtà di provincia. Poco attrezzate per offrire risposte all’altezza.

È risaputo che chi vive per strada spesso si sposta dai centri minori nella grande città, non solo attratto dalla prospettiva di poter campare di espedienti con maggiore facilità, ma anche perché nelle cittadine minori mancano i servizi di base (dormitori, mense, docce, sportelli sociali) che costituiscono una rete essenziale di sopravvivenza. D’inverno, in particolare, quando non si può fare a meno di un posto letto al caldo, anche se in uno stanzone insieme a tanti altri, allora il trasloco s’impone. Da qualche tempo, tuttavia, nell’area metropolitana milanese e fino ai margini più esterni della Grande Milano, anche i piccoli centri si stanno attrezzando per dare riposta al bisogno di accoglienza dei cittadini in difficoltà.

La prima volta di Lecco
A Lecco, per la prima volta quest’anno, ha aperto i battenti un ricovero notturno nei locali della parrocchia di San Nicolò, proprio per i mesi invernali. L’ostello dispone di 22 posti (4 riservati alle donne). Si entra alle 20 e si esce alle 8 di mattina. Oltre al letto, gli ospiti hanno a disposizione docce e mensa. Il personale che fa funzionare la struttura è composto da due soli operatori, due custodi notturni. Il resto è affidato ai volontari, 60 persone, che accolgono gli ospiti la sera, offrono loro té e caffè, li intrattengono. Qualcuno si ferma anche a dormire: grazie ai volontari, l’accoglienza assume un’anima. Non solo. L’ostello, gestito dalla Caritas locale, è pienamente inserito nella rete di assistenza dei servizi sociali pubblici e del privato sociale. Chi vi entra, viene monitorato e accompagnato. Non solo riceve ospitalità, ma viene segnalato ai servizi sociali del comune o al centro di ascolto della Caritas.

«Per la verità un piano antifreddo per i senza tetto esiste da tre anni – spiega il responsabile della Caritas zonale di Lecco, don Ettore Dubini –. Si è cominciato con semplici tende, poi lo scorso anno con dei container. Ora grazie alla parrocchia, che ha messo a disposizione locali riscaldati, possiamo finalmente offrire una riposta più adeguata che, benché limitata al periodo invernale, non ha le caratteristiche provvisorie dell’emergenza». L’intervento, voluto dall’amministrazione comunale, ha anche un costo piuttosto contenuto per l’ente pubblico. Dei 20 mila euro necessari per coprire il servizio, esteso dal 1 dicembre al 31 di marzo, appena un quarto viene dalle casse del comune. La parte rimanente della cifra è stata raccolta da fondazioni bancarie e donatori privati. Insomma, anche sotto questo aspetto, un esempio virtuoso, in epoca di tagli al welfare. Gli utenti, per metà stranieri e per metà italiani, sono persone già seguite dagli assistenti sociali e dagli operatori di Lecco. Gente, che in mancanza di alternative, di notte trovava un riparo d’emergenza, entrando di nascosto nell’ospedale cittadino, oppure si trasferiva e cercava accoglienza a Milano.

A Monza accolte anche le donne
A Monza, invece, i senza tetto fanno il viaggio inverso: da Milano arrivano. «Almeno la metà dei nostri utenti – commenta don Augusto Panzeri, responsabile della Caritas cittadina –, è costituita da gente che non trova risposta ai propri bisogni nella grande città. Se è vero che Milano offre molti più servizi, è anche vero che nel capoluogo la concorrenza fra gli ultimi per accaparrarseli è sempre più serrata». Per questo Monza da anni, durante l’inverno, allestisce una tensostruttura per dare un riparo per la notte a chi, diversamente, starebbe all’addiaccio. Quest’anno l’accoglienza è stata potenziata ed estesa per la prima volta anche alle donne, grazie ai lavori di restauro che hanno consentito di riaprire il vecchio centro per immigrati di proprietà del comune in via Spallazani, adiacente al tendone riscaldato utilizzato finora solo per gli uomini. I posti disponibili, complessivamente, sono una trentina. I senza tetto, maschi e femmine, entrano alle 20 ed escono alle 8 di mattina. Hanno a disposizione un letto e un servizio docce. L’intervento è finanziato dal comune e gestito dalla Croce Rossa. Collaborano realtà del solidarismo cattolico, la Caritas e la San Vincenzo, e associazioni laiche, come i City Angels.

A Rho un po’ meno invisibili
Come a Lecco, anche a Rho un vero e proprio piano antifreddo è stato varato dall’amministrazione comunale solo quest’anno, dopo un primo esperimento molto parziale, durante l’inverno scorso, quando il freddo polare e le nevicate di metà febbraio costrinsero il comune ad aprire di corsa il seminterrato di un edificio di sua proprietà all’interno della cittadella sanitaria di via Cividale e a sistemarvi, alle bell’e meglio, qualche letto. Questo inverno, invece, l’amministrazione comunale ha giocato d’anticipo e prima dell’arrivo del grande freddo ha scelto esplicitamente di potenziare i servizi per i senza dimora, proprio per il periodo invernale, estendendo la mensa non solo alla fascia diurna ma anche a quella serale, e aprendo il ricovero notturno dal mese di dicembre fino a febbraio. Sul piatto ha messo 15mila euro e ha sottoscritto una convenzione con la cooperativa “Intrecci”, promossa da Caritas, che già dagli inizi degli anni 2000 si occupa di senza dimora, gestendo durante tutto l’anno la mensa, le docce e un servizio di accompagnamento sociale. I posti a disposizione nel ricovero sono 14. E non vi sono liste di attesa. Segno di un’offerta, almeno per il momento, dimensionata alla domanda. «Naturalmente, i senza dimora non sono una novità per la nostra cittadina –osserva Oliviero Motta, vicepresidente della cooperativa “Intrecci” e in passato anche assessore sociale a Rho –. I gravi emarginati costretti a passare la notte sotto le stelle d’inverno ci sono sempre stati. Fino ad oggi, però, non si era pensato di strutturare un servizio specifico e di emergenza, perché i senza dimora in provincia sono, paradossalmente, ancora più invisibili che nella grande metropoli. Questo perchè non occupano gli androni dei palazzi, le stazioni, i portici del centro, come a Milano, ma generalmente si disperdono nelle fabbriche abbandonate, nelle aree dismesse, o in luoghi distanti dal centro abitato, danno meno nell’occhio. Ai cittadini capita meno di frequente di scorgerli e, dunque, la percezione generale che se ne ha è meno diretta. Ma sono anche meno visibili in senso lato: gli amministratori pubblici hanno a lungo ritenuto che fossero una realtà tipicamente metropolitana, quasi, mi si passi il paragone, una componente del paesaggio urbano propria della grande città. È uno stereotipo largamente diffuso. Un fraintendimento che fa anche comodo coltivare, perché solleva gli amministratori dei piccoli centri dalla responsabilità di farsi carico anche di queste persone. Invece non è così. A Rho e nei comuni circostanti stiamo cercando far crescere una consapevolezza nuova. E proprio l’intervento di quest’anno mi pare un segno incoraggiante di un mutato atteggiamento».