Ettore dei barboni diventerà beato
Così ci piace ricordarlo

Oggi si parla tanto di clonazione, ma clonare uno come fratel Ettore sarebbe un’opera impossibile. Aveva coraggio, aveva gambe e, con il rosario in mano, non lo fermava nulla. Ai suoi funerali c’erano tremila persone, e nessuno s’è stupito che scorressero le lacrime, che i fedeli, quelli che lo vogliono già santo, andassero a toccare la Madonna di gesso sul tettuccio della Uno bianca, sicuri che quella statua l’Ettore l’aveva toccata tante volte con le sue mani nodose, e tante volte, pregando, aveva piegato la testa con i capelli grigi e ispidi come quarzo. Faceva del bene – e lo faceva sul serio – agli “ultimi” della lista, ai “barbùn”. E uno così, resta impresso nel cuore delle persone, anche di chi, per fortuna, ha sofferto poco.

Nella sua vita perennemente in salita lo hanno derubato, accoltellato, l’hanno deriso, ha subito incendi e furti nelle comunità che via via è riuscito ad aprire, cominciando da quella famosissima sotto la stazione Centrale, in via Sammartini, nell’ormai lontano 1978. Ma non è mai crollato, si fidava ciecamente della voce che diceva di sentire dentro: «A grandi grazie di Dio fanno da contrappeso grandi croci», spiegava, senza mai aggiungere che era malato da quindici anni e più, e s’era sottoposto a tante operazioni. L’abito talare nero, con la croce rossa, gli stava addosso come un sacco, era la sua divisa da “facchino di Dio”: notte e giorno, lo si poteva vedere  da solo che scaricava cassette di frutta o pasta da servire nelle sue mense, o medicava qualcuno ferito e senza documenti. E ora che fratel Ettore non c’è più, diventa chiaro che se n’è andato un uomo che sembrava piovuto a Milano dal Medio Evo dei “poverelli”, della fede totale nella Provvidenza, nel Dio che provvede e sostiene le imprese impossibili.

Non diceva sempre la cosa considerata giusta al momento giusto. Poteva entrare come una furia in una scuola, o in ospedale, o nelle chiese per i funerali, e predicava a chi c’era.

In Duomo lanciava ai fedeli pacchi di rosari di plastica, come fossero caramelle. E in Arcivescovado si ricordano ancora di quella volta che era piombato nel primo pomeriggio, chiedendo del cardinal Martini. «Sta riposando», gli avevano risposto. E allora lui aveva ribattuto: «Allora mi riposo anch’io», e s’era steso davanti alla porta, piombando in un sonno profondo. Sapeva che Martini non l’avrebbe mai scacciato: era infatti lo stesso Martini che, in incognito, andava a riempire i piatti dei “barbùn” accolti da quell’irripetibile religioso.

Una notte di neve, era la metà degli anni Ottanta, aveva invitato anche il cronista: «Vieni fratello, ti farò vedere una cosa formidabile contro l’Aids», disse. Cominciò, a tarda sera, un viaggio nelle strade ghiacciate e deserte della periferia nord, in tre sul sedile anteriore di un furgone.
L’Aids era allora una grande novità semisconosciuta, ma si cominciava a morire anche a Milano. Cosa aveva in mente fratel Ettore? Avanzò per primo lungo una scala buia, nel cortile di una cascina, poi si spalancò davanti a noi una grande stanza, piena di brandine, letti e paraventi. Alcuni giovani magrissimi erano attaccati alle flebo, altri parevano agonizzare, erano più pallidi delle lenzuola di carta che li avvolgevano: «Sono poveri malati di Aids» – disse, e corse ad accarezzarne uno. Intorno a quell’ospedale da campo, si muovevano alcuni clochard, barbe e capelli lunghi, scarpe da tennis sfondate. Erano loro a fare da infermieri: «Capisci, fratello? Gli ultimi – tuonò fratel Ettore – aiutano quelli che sono ancora più ultimi».

Quell’esperimento, a metà tra le visioni di Bosch e Madre Teresa, durò poco. Eppure, ancora oggi, passato tanto tempo, è difficile trovare una risposta univoca: c’era lui di fronte all’ondata di emergenze e follie che cresceva (e cresce) nelle pieghe delle metropoli. Come fronteggiarle? Se non ci fosse stato l’Ettore con la sua santa confusione e la sua confusa dedizione, un letto e un piatto a chi non riusciva nemmeno ad alzarsi dalle panchine sarebbe mai arrivato? Più d’uno che gli ha dato soldi o cibo, si sarebbe ben guardato dall’aiutarlo a disinfettare uno dei suoi barboni: deve passare anche da questo rapporto con il prossimo il ricordo di un uomo messo al servizio della sua folle, incrollabile bontà

Piero Colaprico